Le interviste

A tu per tu con la sarta 3.0…

Abbiamo fatto qualche domanda ad Azzurra, protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo progetto “Azzurra Pelizzoli Dressmaker”. Curiosi di sapere cosa ci ha raccontato di lei? Buona lettura!

Chi sei? Qualche parola per descriverti.

Mi chiamo Azzurra, ho 31 anni e ho un bassotto che si chiama Cannella.

Sono una Fiorentina in terra romagnola. Amo l’arte, la storia della moda, l’artigianato e la cucina vegetariana.

Come è nata la passione per l’handmade? Quando e in che modo è diventata una vera e propria attività imprenditoriale?

Mio nonno era un sarto, mia mamma è sempre stata una persona estremamente creativa. Quando avevo circa 5 anni, per carnevale, lei mi cucì un abito da farfalla. Bellissimo. Qualcosa si è innescato in quel momento.  Ho seguito un percorso di studi con indirizzo moda dalle superiori all’università conseguendo la laurea in “Culture e tecniche della moda”. Durante questo cammino ho acquisito competenze di disegno, modellistica, taglio e confezione. Dal 2012 ho creato questo spazio che si chiama Azzurra Pelizzoli Dressmaker, dove disegno e creo i miei modelli. All’inizio cucivo abiti solo per me perché sono sempre andata alla ricerca del pezzo unico. Volevo un guardaroba che fosse mio e solo mio. Poi qualcuno ha visto le mie creazioni e boom! Ho iniziato a cucire anche per altre persone.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

In realtà non c’è stato un momento difficile. Ho sempre amato cucire e creare. Ad oggi, l’unica difficoltà che trovo, è quella di far comprendere alle persone il valore degli oggetti artigianali.  La nuova generazione, che ha deciso di intraprendere il mestiere della sarta, spesso si forma in scuole ottenendo diplomi di specializzazione o lauree. Questo per sottolineare che dietro la creazione di un oggetto ci sono anni di pratica e studio.

Come scegli tessuti e materie prime per le tue creazioni?

Di solito acquisto presso magazzini locali. Tocco con mano la materia prima. Scelgo i tessuti che mi trasmettono emozioni, ricordi e felicità. Se un tessuto non ha queste caratteristiche non entra a far parte della famiglia.

Dai tuoi post traspare questa voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Il mercato si è evoluto, il cliente non si reca più in negozio ma la vetrina diventa il tuo smartphone.  Il contatto con il cliente è fondamentale per creare un legame e i social ti danno l’opportunità di mostrare cosa c’è dietro una creazione e al suo processo creativo. Internet può avere anche un grandissimo potere educativo. Ecco perché nel mio spazio Instagram ho inserito un angolo dedicato alla storia della moda, dove racconto aneddoti storici riferiti a stilisti e all’abbigliamento.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

L’essere creative consegna nelle nostre mani un potere enorme.  È il potere di essere libere da ogni limite. Perché comunque vada, se sei creativa, ci sarà sempre un piano B nella tua vita. Perciò ragazze tirate fuori il vostro potere e siate forti e indistruttibili!

Collabori con altre donne che hanno un’attività simile alla tua? Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?

Fondamentale. Le donne sono la rete di salvataggio della società. Se una donna può generare una vita, immagina 100 donne che cooperano tutte assieme?

C’è una creazione alla quale sei particolarmente legata? Magari perché l’hai realizzata in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

A 21 anni, dopo un corso di specializzazione sartoriale, ho lavorato in un laboratorio artigianale dove realizzavamo completi da uomo e camiceria. Cucivamo tutto interamente a mano. Compreso le asole e le impunture di rifinitura con filo di seta. Il mio maestro, una persona anziana di corpo ma non di spirito, mi ha trasmesso la sua passione per la qualità del tessuto e della materia prima. Dopo quel periodo è nata in me la passione per le giacche.  Ma soprattutto cerco di riportare gli insegnamenti della vecchia scuola all’interno del mio processo creativo. Creo pezzi unici, personalizzabili e su misura. Questa è la cosa che mi fa stare bene. Per la prima volta nella mia vita svolgo un’attività che non mi fa guardare l’orologio ogni 5 minuti. E quando vi sentite così ragazze fidatevi. Avete vinto il jackpot.

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A tu per tu con la sarta che parla con i tessuti…

Abbiamo fatto qualche domanda a Lucia, protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo “Malù”. Curiosi di sapere cosa ci ha raccontato di lei e del suo progetto? Buona lettura!

Chi sei? Qualche parola per descriverti.

Mi chiamo Lucia, soprannominata Mamma Lù qualche anno fa. Da Mamma Lù a Malù il passo è breve. Sono una ragioniera che si è reinventata un lavoro quando il mondo del lavoro ha deciso che carriera, matrimonio, famiglia e figli non erano così compatibili.

Come è nata la passione per l’handmade? Quando e in che modo è diventata una vera e propria attività imprenditoriale?

Mi sono avvicinata all’handmade nel 2009/2010: periodo folle in cui ho costruito casa con il mio fidanzato, me lo sono sposata e ci ho fatto una figlia. Intanto cambiavo 3 lavori tutti a millemila chilometri di distanza l’uno dall’altro e da casa. Ho iniziato per gioco e perché mi annoiavo a ricamare a punto croce delle cose per la mia piccola… poi un paio di anni dopo ho iniziato a seguire i primi corsi di cucito creativo, di maglia ai ferri, di chiacchierino ad ago e di abbigliamento.  Nel 2014 inizio a seguire il primo corso Sitam di taglio e confezione, nel 2016 ottengo l’abilitazione ad insegnare il metodo e decido di prendere un secondo diploma come modellista. Diploma che arriva nel 2018 con il punteggio di 99/100.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Il periodo più duro in assoluto è il biennio 2016-2018, quando per conseguire il diploma mi sono iscritta alla Sitam di Padova, fare la pendolare Cardè – Padova con due bambini piccoli (6 e 4 anni), un marito, un laboratorio da avviare e un Labrador cieco ha esaurito forze e pazienza.

Come scegli tessuti e materie prime per le tue creazioni?

Adoro gironzolare per i mercati o negozi dove vendono scampoli di tessuto a prezzi ridotti. Sono una compratrice compulsiva di stoffa e lascio che sia poi il tessuto ad ispirarmi i capi da creare. Come se nella sua trama fosse già disegnato il modello da cucire. Cerco di privilegiare i tessuti di origine naturale e mentre gli scelgo tenendoli tra le mani immagino già il processo di creazione di tutto il capo, dal passaggio dei punti molli alle rifiniture che faccio a mano per rispettare la tradizione sartoriale artigianale.

Dai tuoi post traspare questa voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Il contatto umano è fondamentale per svolgere il mio lavoro. Non mi limito a creare capi di abbigliamento o a ripararli, ma insegno anche a cucire a chiunque abbia la voglia e la passione di farlo. Soprattutto con le mie studentesse cerco di instaurare un rapporto cordiale e di complicità in modo da far appassionare anche loro a questo lavoro che amo tanto. Quando devo invece consegnare un capo che ho confezionato io non riesco mai a farlo andare senza aver prima raccontato qualcosa di personale legato al lavoro fatto. Ad esempio, se c’erano i bambini che mi facevano compagnia in laboratorio o che tempo faceva quando ho comprato il tessuto.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Alle donne che hanno la mia stessa passione e che decidono di assecondarla consiglierei di non perdere mai la curiosità… di continuare a cercare tecniche, modelli e tessuti nuovi e di non lasciarsi scoraggiare mai se a volte i risultati non sono quelli sperati. Dovrebbero cercare di cucire sempre con un sorriso di modo che anche il buon umore venga impunturato al capo che stanno confezionando.

Collabori con altre donne che hanno un’attività simile alla tua? Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?

Si, collaboro con una cara amica che ha la passione per tutto ciò che è lavoro a maglia, insieme cerchiamo di fondere le nostre ‘conoscenze’. Stiamo cercando di creare una rete di corsi rivolti a tutte le fasce di età per far sì che la manualità e i lavori artigianali non vengano persi.

C’è una creazione alla quale sei particolarmente legata? Magari perché l’hai realizzata in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Sicuramente una delle creazioni a cui tengo di più è il vestito che ho confezionato per sostenere il mio esame da modellista. Mi sono lasciata ispirare da Dior e ho fatto mio il suo concetto di donna fiore. Il mio fiore preferito è la calla, proprio le si trasforma e avvolge il corpo femminile, così che la corolla bianca diventi una seducente gonna e l’inizio del gambo un avvolgente bustino. Ho confezionato questo capo sul manichino, senza pensare ad una modella in particolare, poi quest’estate, un pomeriggio, sono riuscita a farlo indossare a mia sorella ed è stato un momento davvero molto emozionante. Mi sembrava impossibile aver creato un vestito così bello….

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A tu per tu con le sarte cresciute a pane a fai da te…

Abbiamo fatto qualche domanda a Chiara e Piera, protagoniste della settimana di donneinstoffa con il loro “Kali Kù”. Curiosi di sapere cosa ci hanno raccontato? Buona lettura!

Chi siete? Qualche parola per descrivervi.

Siamo un piccolo brand 100% handmade pugliese (Foggia). Due sorelle, una grafica e una costumista cinematografica, figlie di 3 generazioni di fotografi, 4 mani e tanta voglia di creare accessori unici, di qualità e durevoli nelle mode e nel tempo. Crediamo fermamente nel “potere” che un accessorio ha di rendere “fashion” anche un outfit molto semplice. Essendo costumista e grafica curiamo quasi tutti gli aspetti del nostro lavoro, shooting, foto, postproduzione grafica, inoltre gestiamo le nostre pagine e abbiamo un negozio on line su Etsy. I nostri scatti sono sempre ambientati in Puglia.

Come è nata la passione per l’handmade? Quando e in che modo è diventata una vera e propria attività imprenditoriale?

Sin da piccole crediamo che già aver fatto il metodo montessoriano all’asilo ci abbia deviato riguardo la manipolazione della materia. Inoltre, nella nostra famiglia ci hanno cresciute a pane e fai da te grazie alla nostra mamma che ha sempre avuto una certa propensione al cucito e al fatto a mano e la nonna fotografa che ci faceva giocare con il campionato dei tessuti con i quali rivestiva gli album. Nostra mamma faceva roba di maglieria, fermagli, costumi di carnevale improvvisati. Abbiamo iniziato a fare regali fatti a mano dai 15 anni in su alle nostre amiche per compleanno e Natale, poi mercatini visto e considerato che le cose che regalavamo alle amiche riscuotevano successo e poi da 4 anni ne abbiamo fatto una vera e propria professione. Abbiamo iniziato con oggetti piccoli, facili da smerciare nei banchi estivi, poi ci siamo evolute a fare cose più complicate e complesse e siamo diventate brand.

Se doveste guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Se dovessimo guardare indietro il momento più difficile è stato il passaggio da hobbisti a veri e propri artigiani. Quando da piccoli accessori siamo passate a creare cose più complesse. A differenza delle grandi aziende che mandano in produzione un oggetto solo dopo averlo collocato nel mercato, noi ci siamo trovate nel passaggio da piccoli oggetti a realizzare il nostro prodotto di punta: le “Fru fru bag” che ovviamente avevano un altro concept e sapore differente ai semplici oggetti da bancarelle. Lo abbiamo creato con il cuore, perfezionato nel tempo e solo provando abbiamo capito qual era il luogo, il prezzo, la fascia di età nel quale si collocava. Da semplici oggetti lavorati a mano ci siamo trovate davanti ad una nostra creatura e non riuscivamo a capire il valore e dove andava collocata. Ci siamo trovate davanti ad un vero e proprio pezzo di design e questo ci ha spiazzate ma ora è il nostro orgoglio❤️

Come scegliete tessuti e materie prime per le vostre creazioni?

Kalikù è un progetto che nasce da due sorelle con la passione per i tessuti e la possibilità di manipolarli e visualizzarli sotto forme nuove e sempre diverse. Cerchiamo di scegliere tessuti italiani e soprattutto di qualità. Ci piace usare e sperimentare nuove stoffe perché per le “Fru fru bag” è importante. La base della lavorazione è sempre la stessa, cioè strisce di stoffa tagliate e annodate a mano, e usando materie diverse abbiamo sempre nuovi risultati. Ci piace manipolare e mixare differenti materiali. Per il resto utilizziamo stoffe riciclate e non buttiamo niente dei nostri scarti dai quali ricaviamo gli orecchini fiori penduli (altro prodotto di punta) e delle sportine che regaliamo con l’acquisto delle borse per incentivare le clienti ad utilizzarle al posto delle buste in plastica.

Dai vostri post traspare questa voglia di entrare in contatto con chi vi segue. Quanto pensate sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i vostri prodotti?

Molto importante! I clienti sono fonte di ispirazione e grazie ai loro consigli e suggerimenti riusciamo a migliorarci e a realizzare nuovi modelli. Inoltre, i clienti vanno educati agli acquisti e fatti partecipi di quello che è il tuo modo di vedere le cose. Un cliente consapevole è un cliente più cosciente, infatti nel tempo molti di loro si affidano a noi per consulenze, per trovare la giusta personalizzazione, ci chiedono consigli e quant’altro sull’handmade e la slow fashion. La nostra missione è quella di educare i nostri clienti al bello, durevole, fatto a mano, slow tramite le stories dove proponiamo outfit che creiamo con altri brand handmade, parlando loro della fast fashion, di seconda mano dove trovarlo e altro. Inoltre, parliamo della nostra terra perché crediamo che siamo quello che siamo grazie alle meraviglie che da tempo guardiamo nel nostro amato Gargano.

Che consiglio dareste alle donne che hanno la vostra stessa passione?

Di coltivare le proprie ambizioni e impegnarsi tanto per vedere realizzati i loro progetti e che a chiunque volesse scriverci saremmo onorate di dare consigli. Ma che si devono investire di tanta pazienza perché questo è uno dei lavori che ne richiede molto per la lentezza di cui necessita un prodotto fatto a mano bene, bello e durevole nel tempo.

Collaborate con altre donne che hanno un’attività simile alla vostra?

Certo!!!! non abbiamo un negozio fisso, perché la volontà è quella di poter girare, creare collaborazioni con altri shop, o con altri artigiani come noi, che condividono la loro voglia di sperimentare facendo rete.  Siamo sempre alla ricerca di realtà vicine alla nostra e crediamo nelle collaborazioni per dare forza alla nostra voce di artigiani.

Quanto pensate sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?

Beh noi ci siamo dentro perché collaboriamo con diverse donne, una ragazza che ha un negozio di capi vintage rigenerati, un’altra che ha una biocosmesi e altre realtà di donne vicine alla nostra visione di handmade e slow fashion. Fare rete insieme giova tutte noi. Più siamo più la nostra voce è grossa, inoltre più teste riescono ad interpretare più aspetti dello stesso tema e si riesce meglio la comunicazione, il messaggio.

C’è una creazione alla quale siete particolarmente legate? Magari perché l’avete realizzata in un periodo particolare della vostra vita o perché a ispirarvi è stata una persona per voi importante.

Si le “Frù frù bag”, la prima è nata per fare un regalo importante alla nostra mamma. È nata per caso nel periodo prenatalizio del 2008, da dell’alcantara rossa avanzata da un divano letto ritappezzato dove dormivamo da piccole, e da una sportina per la spesa che avevamo in casa da secoli.  Le “Frù Frù Bag” sono splendide borse, realizzate tutte a mano con migliaia di lembi di stoffa (dall’alcantara al taftà o l’ecopelle), tagliati e annodati uno ad uno a formare la particolare “silhouette “. Ogni modello ha la sua peculiarità, la sua forma, la sua resa grazie ai giochi di colori e sfumature dei nodi che formano la texture; ogni creazione è qualche cosa di unico ed originale. Sono tutte piccole capsule collection in serie limitatissima.                  

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A tu per tu con la sarta che cuce emozioni…

Abbiamo fatto qualche domanda a Giulia, giovane sarta protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo “Abricot”. Buona lettura!

Chi sei? Qualche parola per descriverti.

Sono Giulia, a dicembre compio 24 anni e vivo in provincia di Padova. Amo l’arte in tutte le sue forme purché mi trasmetta emozioni delle quali non sono mai sazia. Ho una laurea in pittura presa in accademia di belle arti a Venezia dove ho potuto dare sfogo alla mia creatività in ogni campo artistico. Contemporaneamente agli studi universitari ho frequentato una scuola di moda per la quale sono modellista secondo il metodo Sitam. Da poco ho anche iniziato ad insegnare disegno del cartamodello,taglio e confezione, un progetto che mi sta entusiasmando moltissimo. Amo la natura e i fiori più di ogni altra cosa, ci insegnano moltissimo sulla vita.

Come è nata la passione per l’handmade? Quando e in che modo è diventata una vera e propria attività imprenditoriale?

Più che una passione per l’handmade, il “creare” è una cosa che ho sempre sentito dentro. Da quando ero piccola inventavo/costruivo di tutto ma la cosa che preferivo di più era travestire mio fratello e mio cugino più piccoli con coperte e tovaglie obbligandoli a recitare scenette scritte da me (devo essere stata tremenda, poverini!). Quante parole, poi, quando mia mamma ad ora di cena si trovava spesso i buchi nelle tovaglie perchè avevo bisogno di quel preciso pezzetto per fare i vestiti alle bambole! Ne ho combinate di tutti i colori ma non ho mai smesso di creare cose nuove dalle mie mani. Abricot è nato nel 2017 per caso. Mettevo su facebook i vestiti che mi facevo finchè una ragazza francese mi ha scritto chiedendomi se potevo fare anche a lei i pantaloni che indossavo, è stata talmente felice che mi ha incitato ad aprire uno shop online e a mettermi seriamente. Così pian pianino l’ho presa in parola fino a questo 15 Aprile 2019 che sono riuscita ad aprire p.iva e adesso Abricot è davvero una piccola impresa anche se ancora stento a crederci!

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Il momento più duro è stato a febbraio dello scorso anno ho avuto un picco emotivo e ho smesso di credere in me stessa a causa di un brutto episodio nella vita privata. Ho dovuto cercare un altro lavoro e ho quasi abbandonato Abricot per tre mesi cosa che non rifarei mai ma in quel momento mi è servito per schiarirmi le idee e per poi spiccare il volo. Da quel momento infatti Abricot è sempre andata in crescita, ovvio ci sono sempre periodi più difficili, ma nulla di insuperabile!

Come scegli tessuti e materie prime per le tue creazioni?

La ricerca dei tessuti e dei materiali per me è una parte importantissima del mio lavoro. Una volta disegnata una nuova collezione inizia la ricerca pazza e sfrenata. ma non solo per la collezione, quando sono in giro e vedo qualche tessuto che mi ispira lo compro. Solitamente ho dei punti di riferimento di fiducia ma amo anche scovare qualche pezza nei mercatini vintage o nei miei viaggi in giro per il mondo. In Atelier ho una libreria grandissima piena zeppa di tessuti di ogni tipo!

Dai tuoi post traspare questa voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Amo il contatto con il pubblico e trovo che sia molto importante instaurare una certa armonia tramite i social in modo tale che la clientela sappia a chi va in contro nel momento dell’acquisto. Poi sono anche convinta che instaurando una forte personalità nei social si attirino anche persone simili al proprio modo di essere e di fare che poi sono quelle che effettivamente sono più propense ad acquistare i prodotti. Amo molto anche scrivere nei post, penso sia fondamentale per cercare di creare una certa atmosfera intorno ai miei capi. Alla fine instagram è la mia principale vetrina e voglio che sia arredata bene! Ma alla fine, senza rigirarci tanto intorno, che sia sui social o nella vita reale, ogni cosa che faccio la faccio semplicemente perchè amo farla.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Un consiglio? Credere sempre nelle proprie capacità e lottare per esse, essere rigide il giusto con sè stesse e di tanto in tanto prendersi due minuti per dirsi “brava” o farsi un regalo.

Collabori con altre donne che hanno un’attività simile alla tua? Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?

Si, amo le collaborazioni tra donne, delle menti creative unite possono far nascere grandissime idee e io ne sarò sempre a favore. Al momento collaboro con una ragazza fantastica che gestisce la parte dei gioielli delle mie collezioni. Li ideiamo insieme, secondo il tema della nuova collezione e vengono fuori ogni volta delle chicche formidabili! A parte questo mi capita spesso di acquistare da altre artigiane e adoro far loro pubblicità creando nuovi abbinamenti con i capi Abricot che poi pubblicizzo su instagram. Penso che anche questo voglia dire collaborare nel proprio piccolo.. darsi una mano per farsi conoscere!

C’è una creazione alla quale sei particolarmente legata? Magari perché l’hai realizzata in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Devo dire di avere un legame con ognuna delle mie creazioni, sono frutto delle mie mani e della mia mente e ognuna di loro è speciale ma il capo a cui sono più affezionata è il primissimo modello Grace in velluto. L’intramontabile Grace che vendo tantissimo ogni anno per ogni occasione e in ogni stile. Nato nel 2015, quando Abricot ancora non esisteva, doveva essere il mio abito per la festa di Natale, cucito fino allo sfinimento con 40 di febbre e indossato con il maglione sopra a causa dell’influenza. Nonostante la piccola sventura di quell’anno ogni volta che lo guardo mi incanto. L’abito dei miei sogni, in velluto verde bosco, corpetto stretto da bambolina, una gonna ampia a ruota lunga al ginocchio con tanto di sottogonna in crinolina, ma il dettaglio, la chicca più azzeccata di sempre, che ha fatto la differenza e che ha fatto innamorare tutti è stata una lunghissima fila di 30 bottoncini a sfera color rosa perlato lungo tutta la schiena. Questo abito tanto sudato alla fine è diventato il distintivo di riconoscimento Abricot come i bottoncini sulla schiena. Ogni anno mi chiedono di riprodurlo in mille colori e tessuti diversi, in versione estiva e in versione autunnale e questo autunno persino come abito da sposa! Le manichette sono foderate, i bottoni completamente cuciti a mano e l’interno risulta pulito e impeccabile. Un modello intramontabile adattabile per ogni fisico e per ogni età. Da questo abito in poi ogni cliente che passa in atelier per un abito da sera o da cerimonia richiede esplicitamente i bottoncini Abricot sulla schiena e io non potrei esserne più contenta.

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A tu per tu con la sarta senza rimpianti…

Abbiamo fatto qualche domanda a Lorena, protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo progetto sartoriale. Curiosi di sapere cosa ci ha raccontato di lei?

Chi sei, parlaci un po’ di te.

Mi chiamo Lorena, ho 28 anni e sono nata e cresciuta in Brianza. È un po’ strano parlare della Brianza come se fosse una vera e propria città, ma è ciò che fa parte della mia vita da sempre. Sono nata a Giussano, vissuta a Seregno per 22 anni e da 5 vivo a Casatenovo, dunque la Brianza è la mia casa. Da qui il mio nome LORENA Fa a man –Casàa- (Fatto a mano –Casatenovo).

Come è nata la passione per l’handmade?

In famiglia siamo tutti dei creativi, mio papà è intagliatore, mia mamma ha sempre fatto la sartina ribattina, i miei fratelli hanno sempre lavorato il legno e poi ci sono io, che sono passata dal decoupage, all’uncinetto, ai ferri, allo scrapbooking e finalmente la mia vera strada: il cucito. Ho cominciato con un piccolo corso di cucito subito dopo il matrimonio e poi mi sono trasferita a Parigi per un anno. Dalla prima lezione ho capito che il lavoro di segretaria o qualunque altro lavoro intraprendessi non avrebbero potuto essere la mia strada: semplicemente non erano ciò che volevo fare ogni giorno della mia vita dopo aver bevuto il caffè. L’idea di rimanere seduta davanti ad una scrivania mi metteva l’ansia e passavo la giornata a cercare idee creative, qualcosa che mi portasse colore e originalità. Così ho capito che era in questo che avrei dovuto investire tutta me stessa.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

In questo campo spesso ci sono momenti duri perché hai paura di non fare abbastanza, di non essere abbastanza e di non riuscire nel tuo progetto, ma credo che il momento più duro in assoluto sia stato subito dopo il trasferimento a Parigi. Ho iniziato a cucire a tempo pieno, però non sapevo da dove cominciare. Ho comprato stoffe ma non sapevo cucirle. Ho comprato modelli ma non sapevo assemblarli. Conoscevo giusto le cuciture di base. Per di più i corsi costavano tantissimo e con un mutuo da pagare e un affitto alle stelle non potevo permettermi di spendere chissà quanto. Così ho fatto qualche piccolo investimento e ho cominciato a cucire e a disfare tutto il giorno. Ho sperimentato e mi sono esercitata. Il primo progetto vero che ho cucito ad ottobre 2018 è stata la prima camicia per mio marito. Per essere una che aveva giusto cucito qualche gonna e un vestitino e non sapeva fare molto, il risultato mi sembrò degno di nota. La camicia non era e non è perfetta, ma mio marito la indossa con orgoglio e mi ha spronata a fare sempre di più e questo mi è bastato per metterci anima e corpo nonostante la difficoltà. Ho capito di poter credere in me stessa e di potermi arrangiare da sola.

Come scegli tessuti e materie prime per le tue creazioni?

A Parigi il 60% della popolazione cuce, quindi ho avuto la possibilità di girare tantissimi negozi rendendomi conto quali fossero i tessuti di vera qualità. Acquisto sempre da una boutique online che vende tessuti stupendi ad un prezzo non proprio competitivo. Ma la qualità si paga e io voglio che i clienti siano felici quanto me di indossare capi non solo creati a mano, ma di qualità e che durino nel tempo.

Dai tuoi post traspare questa voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Io credo che sia importantissimo perché nel tempo dei social è difficile scoprire cosa sia reale e cosa no. Chi legge e compra i miei prodotti deve sapere cosa sta per acquistare anche senza toccare con mano, deve conoscere quali sono le mani che producono i loro capi e la passione che ci mettono. Devono conoscere la mia storia e la mia vita per capire che possono fidarsi di una persona reale e non “creata” apposta per il social.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

È difficile rifarsi da zero e cominciare qualcosa di nuovo, ma è importante lanciarsi. Penso in ogni caso che sarebbe più difficile vivere il resto della propria vita con il rimpianto di non averci mai provato.

Collabori con altre donne che hanno un’attività simile alla tua? Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?

Ho conosciuto molte ragazze che hanno intrapreso questa strada come me, ci scambiamo spesso consigli, opinioni e trucchi. Spero che tutte riusciremo presto ad inserirci in questo mondo in modo da poterci rafforzare ancora di più. Nel nostro piccolo facciamo di tutto per sponsorizzarci l’una con l’altra ed è la cosa più bella tra donne che ho mai visto!

C’è una creazione alla quale sei particolarmente legata? Magari perché l’hai realizzata in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Io direi le creazioni più importanti alle quali sono legata, sono il completo “camicia e pantalone” da uomo, che ho cucito per mio marito. Sono qualcosa di unico per me perché hanno segnato l’inizio del cambiamento, l’inizio della mia nuova vita in maniera definitiva. I creatori dei cartamodelli francesi, mi hanno chiamata dicendomi: ”mercoledì 25 settembre a Parigi ci sarà una sfilata ad un festival del DIY. Noi siamo stati invitati all’evento e vorremmo far sfilare i capi creati con i nostri cartamodelli. Crediamo che tu sia la persona più adatta a rappresentare il completo camicia e pantalone in quanto sei quella che l’ha realizzato con precisione e dedizione e le tue rifiniture sono da urlo.”.

È stata la prima volta in cui mi sono sentita finalmente realizzata del posto che mi sono creata.

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A tu per tu con l’impiegata creativa…

Abbiamo fatto qualche domanda a Francesca, protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo “Laboratorio di stile”. Curiosi di sapere cosa ci ha raccontato di lei e dei suoi progetti? Buona lettura!

Chi sei? Qualche parola per descriverti.

Sono Francesca, ho 31 anni e la mia più grande passione è la creatività in particolare il cucito che condivido sul mio blog Laboratorio di stile.

Come è nata la passione per l’handmade? Quando e in che modo è diventata una vera e propria attività imprenditoriale?

La mia passione per l’handmade è nata quando ero bambina. È iniziata con il disegno ed è proseguita con la creazione di bijoux fino alla scoperta del mondo del cucito.

Nel 2015 ho aperto il mio blog http://www.laboratoriodistile.it per condividere le mie creazioni di uncinetto, cucito, refashion ed il tema della moda sostenibile.

Al momento non è un’attività imprenditoriale perché avendo un altro lavoro e poco tempo libero è davvero difficile far diventare il blogging una professione.

Uno dei miei sogni nel cassetto è quello di far diventare il mio blog un magazine online di creatività con tante idee e tutorial creativi da fornire ai miei lettori.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

All’inizio temevo il giudizio delle persone, soprattutto perché chi mi conosce credo che non si sarebbe mai aspettato che aprissi un blog!

Recentemente invece a Marzo 2019 Instagram mi ha chiuso il profilo perché sosteneva che in una foto pubblicata nel 2016 avessi violato il copyright, avevo 10.000 followers e da un giorno all’altro ho perso tutto dovendo ricominciare da capo con il profilo che ho attualmente (Profilo Instagram: laboratoriodistile).

Come scegli tessuti e materie prime per le tue creazioni?

Con cura ed attenzione, essendo di Biella “capitale del tessile” tengo molto alla scelta dei tessuti e dei filati per i progetti all’uncinetto. Li seleziono solo di buona qualità, per poter realizzare dei capi belli e duraturi nel tempo.

Dai tuoi post traspare questa voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

È fondamentale, se si ha successo in un’attività è grazie alle persone che ti seguono quotidianamente soprattutto sui social quindi è molto importante coinvolgerli e condividere diversi aspetti della tua attività con loro.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Di sfruttare il più possibile il tempo libero che hanno per coltivare le loro passioni. Soprattutto se si ha un lavoro a tempo pieno come il mio bisogna fare il possibile per trovare del tempo per sé stessi e per i propri interessi.

Ma consiglio anche di non aver paura del giudizio altrui e se avete voglia di aprire un’attività legata alle vostre passioni di provarci, anche se non dovesse andar bene voi ci avete provato e difficilmente avrete rimpianti.

Collabori con altre donne che hanno un’attività simile alla tua? Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?

In questi anni grazie al blog e ai social ho conosciuto tante donne con le mie stesse passioni con cui sono in contatto.

A breve farò la mia prima collaborazione con una di loro e vi anticipo che sarà sul tema della moda sostenibile che mi appassiona molto.

Avendo tutte la passione per l’handmade cerchiamo di valorizzarlo il più possibile sui nostri blog e profili social.

C’è una creazione alla quale sei particolarmente legata? Magari perché l’hai realizzata in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Ci sono diverse creazioni a cui sono legata, ma se dovessi sceglierne una sarebbe sicuramente la gonna a mezza ruota in tessuto tartan che avevo realizzato prendendo ispirazione da un outfit di Kate Middleton, un’icona di stile.

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A tu per tu con la sarta che ha saputo osare…

Abbiamo fatto qualche domanda a Manuela, protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo “CreatoaManu”. Buona lettura!

Qualche parola per descriverti.

Sono Manuela, ho 27 anni e vivo a Saluzzo una cittadina ricca di storia nella provincia di Cuneo.
Sono sarta e confeziono abiti su misura da cerimonia e accessori per donne e bimbe.
Da poco ho creato la collezione STAYEASY : si rivolge alle ragazze e donne grintose che non vogliono rinunciare ad un capo di sartoria per la vita di tutti i giorni!
Gonne con elastico o a piegoni, fasce, golfoni  e abitini in tante fantasie e per tutti i gusti!

Come è nata la passione per l’handmade? Quando e in che modo è diventata una vera e propria attività imprenditoriale?

La mia passione per il cucito è nata principalmente osservando da bambina mia nonna che ha fatto la sarta per più di cinquant’anni.
Mi ha fatto capire l’importanza dell’impegno e del lavoro duro che c’è dietro al confezionare quello che agli occhi sembra un oggetto semplice e banale come un capo di abbigliamento! Ma mi limitavo a guardarla, non so perché, non le ho mai chiesto di insegnarmi a quei tempi.
Crescendo ho intrapreso percorsi di scuola umanistici e l’aspetto creativo è sempre stato messo in secondo piano.
Finite le scuole superiori ho iniziato a lavorare come assistente alla autonomie nelle scuole primarie ma sentivo di poter fare allo stesso tempo qualcosa per me.
Così ho studiato per tre anni  alla scuola di Alta Moda Montesano a Torino in cui ho imparato la fantastica arte del taglio e cucito!
Col tempo ho cominciato a confezionare capi per le mie amiche e per me.
Pian piano la voce si è sparsa e grazie anche ai social oggi faccio della mia passione il mio lavoro.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Sicuramente il momento più duro del mio percorso (che è ancora agli inizi) è stato quando ho capito che il mio posto di lavoro di sarta dipendente mi stava stretto, per via del fatto che non  condividevo l’approccio umano nell’azienda.
Dopo vari mesi a valutare se fosse il caso di lasciare un posto con uno stipendio fisso, ho raccolto tutto il coraggio che avevo ed ho deciso di licenziarmi per prendere la mia strada. E devo dire che non tornerei mai indietro!

Come scegli tessuti e materie prime per le tue creazioni?

Sono piuttosto attenta nella scelta dei tessuti per i miei capi: prediligo ovviamente sempre i tessuti in grande percentuale naturali, preferisco acquistarli in negozi piuttosto che su internet perché devo girarlo e rigirarlo, sentire lo spessore, il montante e la resa.
Insomma sono il tipo “se non vedo non credo” per quanto riguarda questo
argomento!
Per gli articoli di merceria il discorso è uguale: ho alcuni negozi di fiducia a cui mi affido.

Dai tuoi post traspare questa voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

I social hanno aperto a CreatoaManu un mondo nuovo di opportunità che pensavo non potessero offrire.
Dopo un inizio un po’ “timido” in cui non osavo pubblicare molti post per paura che non piacessero i miei lavori, ho capito di dover essere orgogliosa di quello che faccio e così mi sono lasciata andare senza paura.
Soprattutto su Instagram ho avuto l’opportunità di conoscere clienti fantastiche, con alcune delle quali mi sento abitualmente, essendosi instaurato un rapporto di amicizia!
Interagisco abbastanza sui social cercando di coinvolgere chi mi segue nella scelta dei miei prossimi progetti attraverso sondaggi e pareri, o presentando un capo raccontandone la storia.
È proprio vero che, se usati bene, questi strumenti di comunicazione possono essere  potentissimi.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Il consiglio che posso dare a chi ha deciso di intraprendere questa avventura (anche se avrei ancora bisogno io di consigli!) è di non lasciarsi condizionare troppo dai consigli altrui! Seguite l’istinto!
Essendo una passione creativa non ci sono idee giuste o sbagliate ma solo da sperimentare! Quindi provare provare provare sempre cose nuove per capire lo stile e il gusto che vi contraddistingue!

Collabori con altre donne che hanno un’attività simile alla tua? Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?

Ho una cerchia di amiche sarte che non cambierei per niente al mondo!
Eravamo le cinque ragazze più giovani della sartoria in cui lavoravamo e ci siamo unite in modo smisurato! Ora abbiamo preso  strade diverse ma ogni volta che ci troviamo per una cena ci confrontiamo, ci scambiamo consigli su come realizzare i cartamodelli e sogniamo sempre di aprire una sartoria tutte insieme!
Il rapporto tra donne può essere una delle cose migliori al mondo quando è puro,senza pregiudizio né gelosie inutili.

C’è una creazione alla quale sei particolarmente legata? Magari perché l’hai realizzata in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Ci sono diversi capi che ho realizzato a cui sono legata, come la prima gonna a trapezio che ho cucito con mia nonna.
Quel pezzo mi ha dato la conferma di voler iniziare la scuola di cucito.
Ma l’abito più importante è quello realizzato con la mia amica sarta Luisa (una “zia/amica/confidente”) da sposa, per il mio matrimonio.
È stata una meravigliosa avventura: dall’acquisto della stoffa, al perfezionamento del modello.
Veniva realizzato nei ritagli di tempo che avevo dal creare vestiti altrui e gli appuntamenti per cucire l’abito da sposa erano l’occasione per due confidenze e una tisana con Luisa.
L’emozione che ho provato nel vedere le espressioni di mia nonna, mia mamma e della mia amica Giulia alla prova dell’abito guardandolo indossato, mi ha riempito il cuore di orgoglio.
Ogni abito ha una storia e poterla raccontare è la soddisfazione più grande per una sarta come me!

Le interviste

A tu per tu con la ragazza con lo stile nel cuore…

Abbiamo fatto qualche domanda a Luisa, protagonista della settimana di donneinstoffa. Curiosi di sapere cosa ci ha raccontato di lei e del suo progetto? Buona lettura!

Chi sei, parlaci un po’ di te.

Mi chiamo Luisa, ho 34 anni e vivo a Trento e sono un’impiegata amministrativa a tempo pieno.

Come è nata la passione per l’handmade? Quando e in che modo è diventata una vera e propria attività imprenditoriale?

Quando ho cucito la prima gonna avevo 13 anni, ero con un’amica e non sapevamo come passare il tempo, ho chiesto a mia madre uno scampolo e ci ho cucito sopra l’elastico, ero così entusiasta del risultato, la mia prima gonna.

Ho deciso di ricominciare tre anni fa, sempre per gioco, con un’altra amica, con un altro scampolo di tessuto ho ripreso in mano il ricordo di quella prima gonna mischiandolo, questa volta, alla determinazione di chi vuole creare qualcosa per sé e per gli altri.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Momenti duri ce ne sono tanti, sempre. Inizialmente quando le persone a me vicine non si rendevano conto che per me Luiskirt è un hobby a cui mi dedico nel tempo libero ma su cui ho investito tanto. Ora, perché è ancora difficile trovare persone interessate all’articolo fatto a mano e al pezzo unico e irripetibile.

Come scegli tessuti e materie prime per le tue creazioni?

Ogni tessuto è ricercato, prediligo quelli naturali e di qualità.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Di non mollare mai, anche di fronte alle difficoltà, se è quello che realmente desideriamo non dobbiamo scoraggiarci ma tenere duro.

Collabori con altre donne che hanno un’attività simile alla tua? Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?

E’ molto importante darsi una mano, per questo prediligo per i miei acquisti il fatto a mano. Ho già avuto delle collaborazioni in passato per la creazione di pattern da stampare su stoffa per le mie gonne e sono sicura che lo farò ancora.

C’è una creazione al quale sei particolarmente legata? Magari perché l’hai realizzata in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Non ho creazioni più importanti di altre, per me ogni singolo prodotto è studiato con gli occhi e creato con il cuore.

Le interviste

A tu per tu con la sarta che sta bene cucendo…

Abbiamo fatto qualche domanda a Federica, protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo “Centore”. Curiosi di sapere cosa ci ha detto di lei e del suo progetto? Buona lettura!

Chi sei? Qualche parola per descriverti .

Sono Federica Centore, ho trentuno anni, una figlia, e ho scoperto con mia grande sorpresa di avere una forte determinazione e una grande forza di volontà.

Come è nata la passione per l’handmade? Quando e in che modo è diventata una vera e propria avità imprenditoriale?

Fina da bambina ho sempre avuto la passione per i vestiti, sognavo di cucirmi vestiti fantastici e pomposi, come Rossella O’Hara aveva fatto con le tende verdi, e spesso ho distrutto le tappezzerie di casa per provare a farmi gli abiti principeschi che immaginavo. Passione che non è mai stata assecondata dalla mia famiglia, anzi, sebbene mia madre portasse me e mia sorella dalla sarta a farci cucire gli abiti da cerimonia, e i costumi di carnevale, mi ha sempre scoraggiata. In adolescenza sognavo una macchina per cucire e un corso di cucito, ma non se ne parlava, però un giorno ho trovato abbandonata vicino a un cassonetto una vecchia Toyota casalinga, me la sono portata a casa e così ho finalmente cominciato a cucire. Purtroppo con zero cognizione di causa, facevo solo disastri ed era molto frustrante, non avendo nessuno che mi insegnava le basi, erano più gli obbrobri che le cose indossabili. E si trattava per lo più di trasformazioni: prendevo abiti da uomo e provavo a stringerli. Diciamo che ero più brava a fare cose a mano. Così è andata fino ai 24 anni quando una sartoria ha aperto nella mia città e ho barattato delle lezioni di cucito in cambio di fotografie e gestione social della stilista. Qui è stato quando ho preso confidenza con la macchina da cucire, che è stato lo scoglio tecnico più difficile da superare. Nel frattempo mi ero laureata in lingue orientali, con grandissima sofferenza perché non sognavo altro che lavorare con le mie mani, ma anche questa volta il destino è stato abbastanza chiaro: la mia mitica professoressa di letteratura cinese organizzava un laboratorio teatrale, in cinese, insieme a noi studenti, anche se io non avevo diritto a parteciparvi , mi sono imbucata e proposta come costumista, dopo quell’anno mi hanno sempre chiamata per ogni spettacolo, all’inizio semplicemente prendevo vestiti usati e li modificavo, piano piano, avendo a disposizione sempre più fondi ho cominciato a farli da zero con l’aiuto di una sarta. Poi sono rimasta incinta, in una situazione assolutamente precaria, ma ho deciso che questa era la mia strada, ho fatto un corso di modellistica industriale, che era un aspetto tecnico che mi mancava, ho superato a pieni voti tutti gli esami, nonostante mia figlia fosse piccolissima, e ho cominciato a fare kimono e postare le foto su instagram, piano piano le persone hanno cominciato a seguirmi e a ordinarmi abiti, kimono e Nekutie, le fasce in seta ricavate da cravatte vintage, che avevo iniziato a fare per me e qualche amica. Ed eccomi qui 🙂

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Ci sono sempre i momenti duri, essendo una mamma, per me è dura quando devo scegliere tra mia figlia e il mio lavoro, è un’equilibrio sottile, lavorare e guadagnare e stare abbastanza insieme a lei. Ci sono state volte in cui ho perso dei lavori perché non potevo dedicare la giusta attenzione a entrambe le cose. A volte sogno che un giorno avrò una vera sartoria con delle dipendenti e avremo una stanza a disposizione dei bambini con giochi, libri e un’educatrice. Mi piace tantissimo pensare ad esempi virtuosi dell’industria, perché sono le persone che fanno le cose, e le persone che stannobene fanno cose migliori. Forse sogno troppo in grande, ma avere degli obiettivi, anche molto lontani, e magari irragiungibili, comunque ti fa fare tanta strada.

Come scegli tessuti e materie prime per le tue creazioni?

Mi piace tantissimo ridare vita a cose che sembrano prodotto di scarto, oppure a fondi di magazzino. Praticamente soltanto per l’abito da sposa ho comprato delle stoffe nuove, rigorosamente setemade in italy,(anche se il tulle usato per le spalle è stato recuprato da un altro vestito) ma tutte le altre cose che ho fatto le ho create o partendo da scampoli di stoffe che hanno almeno 30 anni, che il mio fornitore anziché mandare al macero mi vende, oppure partendo proprio da vestiti vintage, li smonto e li rimonto. E sono quelli che quando li finisco sono sorpresa, perché io ho un’idea, ma l’idea diventa vera e tangibile davanti a miei occhi, sopra il manichino. Tutte le materie sono selezionate a mano da me, sterilizzate, lavate, e poi cucite. Ho dei rifornitori piccoli, soprattuto per le passamanerie mi piace cercarle in qualche vecchia merceria dimenticata dai più. Le cravatte che uso per fare le Nekutie anche le seleziono a mano una ad una, è più dispendioso rispetto a comprare una balla, ma prendo solo quelle che sono fatte di stoffe pregiate e che potranno trasformarsi in meravigliose #robeincapa. Anche qui ho dei rifornitori che hanno la santa pazienza di farmi frugare per ore in queste balle di cravatte, che poi io porto a casa e lavo a mano. Di solito le cravatte non dovrebbero essere lavate, o meglio andrebbero lavate a secco, ma è un processo estremamente inquinante, di solito il vintage è già sterilizzato in apposite strutture, ma a me piace lavarle, e farle stare al sole e all’aria aperta, poi dopo anni di esperienza ho sviluppato un processo per lavarle senza far perdere la forma. Ma questo è un segreto del mestiere 🙂

Dai tuoi post traspare questa voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Per me è fondamentale essere in contatto con le mie clienti, penso ci sia un’adorazione reciproca, io sono me stessa, offro quello che so fare meglio e che faccio con amore, e le persone che vengono da me si aspettano questo: trasparenza, sincerità, upcycling, rispetto per l’ambiente. E’ bello perché faccio un sacco di propaganda nelle mie stories sull’importanza dell’artigianato, di investire i propri soldi nelle cose belle, durevoli, fatte a mano, e ricevo tanti feedback positivi da ragazze che ignoravano certe cose, tipo perché la fast fashion ci fa male, o che esite il movimento della fashion revolution. E questo è bello perché so che anche se il mio pubblico è piccolo, è un pubblico attivo, che ascolta. Poi è bello scambiare opinioni, o ascoltare quello che hanno da dire anche se non sono per forza mie clienti, magari c’è qualcuno che mi segue e interagisce con me, ma non indosserebbe mai le mie creazioni, ma questo va bene lo stesso, perché finché c’è uno scambio positivo ci si arricchisce tutti.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Non arrendetevi. Mai.

I periodi neri ci sono e ci saranno sempre, andate avanti, fate come se i problemi non esistessero, e iniziate! Iniziate con quello che avete! Non aspettate di avere la macchina da cucire super figa, o l’angolo cucito perfetto, quello verrà da se. Fate e metteteci il cuore, verrà ricompensato, molto lentamente, ma un buon lavoro spicca sempre. Io ho iniziato con niente, avevo una figlia piccola, una situazione familiare  difficile, non avevo neanche un tavolo e perfino la macchina da cucire me la sono fatta prestare! Ma quando le persone vedono che ti impegni, che dedichi tutta te stessa in un progetto non possono che rispettarti. Ovviamente ci saranno sempre le malelingue e gli occhi secchi ( i pettegoli e gli invidiosi) ma concentratevi su chi e quello che vi fa stare bene e vi fa crescere.

Collabori con altre donne che hanno un’attvità simile alla tua? Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?

Purtroppo vivendo in un paesino nel sud pontino non ho qualcuno di fisicamente vicino con cui collaborare, ma grazie ai social ho trovato una rete di donne fantastiche che si aiutano a vicenda. La prima persona in assoluto a credere nelle Nekutie è stata Claire di Oblomova shop, uno dei negozi più fighi di Napoli, è stata la prima a prenderle in conto vendita, ad aspettare e rispettare i miei tempi, e le sarò per sempre grata (tra l’altro anche lei cuce delle borse, potreste intervistarla). Mentre una ragazza che cuce e che mi ha dato diverse volte delle dritte è Elisa Navacchi, che è una costumista specializzata in riproduzioni storiche e realizza abiti da ballo, assurdi. Lei è stata una delle prime persone sui social a incoraggiarmi, se non fosse stato per lei non so se avrei accettato di fare il vestito da sposa. E non ci siamo mai incontrate dal vivo. Mentre ho collaborato per Centore con Sara Pandanoko, illustratrice, che ha realizzato una serie di illustrazioni ispirandosi alle Nekutie. Secondo me oltre che importante lavorare insieme e sostenerci e spingerci l’un l’altra è anche bellissimo, c’è posto per tutti a questo mondo, ognuna col proprio stile e con le proprie creazioni di fianco a tante altre donne che si impegnano e creano qualcosa di bello.

C’è una creazione alla quale sei particolarmente legata? Magari perché l’hai realizzata in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Sono legata a tante cose che ho creato, ma forse il Kimono Andromaca è il pezzo più bello che abbia mai realizzato: la forma è ripresa da un haori giapponese originale, con le maniche lunghe e aperte, la fodera è una seta nera di un fondo di magazzino, e l’esterno è un lavoro complicatissimo di patchwork realizzato smontando un pantalone in cotone con tramatura i polyestere azzurro, e un velluto a costine rosso. Ci ho messo circa venti giorni di lavorazione, ho costruito il patchwork giocando con le rifiniture già esistenti dei capi (un dettaglio che adoro sono le asole finite su una spalla) e una volta finito aveva delle linee dure che ricordano un po’ l’estetica dei robot giapponesi anni 80. E ogni volta che ci penso capisco che quando creo a partire da “scarti”è un vero atto poetico: trasformale qualcosa che non è più amato in qualcosa che ha di nuovo vita e bellezza da offrire. Questi capi però, per ora, li creo solo su ordinazione, perché richiedono davvero moltissimo tempo, ed essendo sola ad occuparmi di tutto non riesco a farne quanti vorrei, poi mi piace realizzarli parlando con chi li commissiona, in modo da creare qualcosa che rispecchi la personalità di chi lo indosserà.

Le interviste

A tu per tu con i fratelli creativi…

Abbiamo fatto qualche domanda ad Angela e Vito, protagonisti della settimana di donneinstoffa con il loro “Ink.”. Curiosi di sapere cosa ci hanno raccontato? Buona lettura!

Chi siete? Qualche parola per descrivervi.

Siamo Vito e Angela Trecarichi, regista e art director siciliani, fratello e sorella appassionati di arte e moda, grafica e tipografia, fotografia e cinema.

Insieme a varie esperienze professionali, negli anni abbiamo intrapreso un percorso che in fondo sapevamo già dove sarebbe sfociato: avevamo l’esigenza di racchiudere in un progetto condiviso le nostre passioni, il nostro lavoro quotidiano. Ink. è nato quindi da un’idea molto semplice, raccontare le nostre passioni e fonderle in un progetto ‘palpabile’: creare capi e accessori di alta qualità e ben progettati che noi per primi volevamo indossare. 100% artigianali, 100% Made in Italy nel pieno rispetto delle antiche tecniche sartoriali.

Così abbiamo coinvolto illustratori, artisti, tattoo artist, artigiani, sarti e stilisti: il nostro obiettivo principale era l’handmade, il fatto a mano con la cura del singolo dettaglio come facevano i nostri nonni, come ci insegna la storia dell’artigianato e della moda italiana.

Il nome Ink. è arrivato dall’inchiostro ovviamente. Ogni idea, ogni pensiero, ogni desiderio di voler comunicare e trasmettere qualcosa di se stessi al mondo diventa reale (dalla forma astratta nella nostra testa) attraverso un tratto, un segno su un foglio, o su una tela, o sulla pelle. Ecco, volevamo raccontare delle storie, la nostra storia, e trasformarla in una tela da indossare.

Così Ink. oggi – dopo circa 6 anni di ricerca e progettazione – è una fucina creativa in fermento 24/7 che sforna in edizione limitata capi haute couture basic-chic, accessori ricercati e serigrafie ad arte.

Come è nata la passione per l’handmade? Quando e in che modo è diventata una vera e propria attività imprenditoriale?

È nata probabilmente in casa, sin da piccoli, osservando mamma tagliare-cucire-stravolgere un capo acquistato in una bancarella e dargli nuova vita, trasformarlo come in una fiaba e renderlo unico e perfetto. Siamo cresciuti in una piccola casetta nel centro storico di Catania, e ricordo ancora – mentre facevo i compiti al ritorno da scuola – quel sottofondo metallico inconfondibile di pedale di una vecchia – ma ancora perfettamente funzionante – Singer accomodata in un angolo del soggiorno. Il progetto è diventato un’attività imprenditoriale nel tempo, quasi spontaneamente… Come se dovesse inevitabilmente accadere. All’inizio, quasi per gioco, volevamo solo creare dei capi da indossare che fossero “personali” e magari regalarli a parenti e amici. Nel tempo ci siamo resi conti del potenziale di questo progetto e oggi siamo qui a nutrirlo di giorno in giorno, augurandoci di creare qualcosa di prezioso e unico e duratuto nel tempo.

Se doveste guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Onestamente ancora oggi ci sono parecchi momenti faticosi, soprattutto durante la fase di creazione di una nuova collezione. È un impegno h24 che non ha soste o pause, non possiamo permettercelo. Sicuramente il momento più duro è stato tre anni fa, quando abbiamo pubblicato il sito online: credevamo ingenuamente che il pubblico si innamorasse a prima vista del progetto, di noi e delle nostre creazioni. È molto dura ammettere i propri errori, soprattutto a se stessi! Ma ci siamo rialzati, abbiamo capito le lacune e abbiamo continuato più forti di prima.

Come scegliete tessuti e materie prime per le vostre creazioni?

Scegliamo i tessuti e le materie prime personalmente. I tessuti arrivano direttamente da una bottega sicula sita in una delle vie più conosciute del centro storico di Catania e di questo ne siamo molto orgogliosi: siamo riusciti a fondere le nostre due amate città in questo progetto, la nostra raggiante perla del Sud e la nostra ‘casa’ adottiva, Milano.

Dai vostri post traspare questa voglia di entrare in contatto con chi vi segue. Quanto pensate sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i vostri prodotti?

È la parte fondamentale, ed è estremamente difficile farlo! Cerchiamo di raccontare in ogni singolo post la passione, la ricerca e la cura che mettiamo in questo progetto. Ma non è facile, a volte di rischia di essere prolissi e ridondanti e perdere l’attenzione di chi ci sta leggendo. È un continuo test, ma anche questo fa parte del gioco ed è tutto molto stimolante.

Che consiglio dareste alle donne che hanno la vostra stessa passione?

Di iniziare! Sembra molto scontato come consiglio, ma è una cosa tanto semplice e ovvia che si crede a volte impossibile da attuare. Come dice una mia carissima amica: “fai un millimetro al giorno”, è questa la chiave di tutto. I fallimenti succedono, capitano continuamente, se ti metti in gioco è inevitabile! Ma l’alternativa quale sarebbe? Non iniziare mai per non fallire mai?

Collaborate con altre donne che hanno un’attività simile alla vostra? Quanto pensate sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?

Sì, collaboriamo con diversi laboratori creativi di artigiani italiani e il confronto con donne che hanno intrapreso un percorso simile è fondamentale, come crescita del brand ma soprattutto come crescita personale. È un arricchimento continuo, del resto uno degli obiettivi di Ink. era fondere diverse realtà per dare vita a nuove collaborazioni e, perché no, a nuovi progetti a cui magari ancora non abbiamo pensato!

C’è una creazione alla quale siete particolarmente legati? Magari perché l’avete realizzata in un periodo particolare della vostra vita o perché a ispirarvi è stata una persona per voi importante.

Sicuramente le t-shirt della primissima capsule collection, è stato emozionante (ma anche molto faticoso) veder nascere per la prima volta e toccare con mano un disegno che fino a quel momento era solo nella mia moleskine. Ma un momento altrettanto emozionante è quando scrivo agli artisti per coinvolgerli nel progetto: leggere le loro risposte entusiaste è per me un momento di orgoglio e felicità infiniti.