Le interviste

A tu per tu con la designer che ha imparato a cucire…

Abbiamo fatto qualche domanda a Carolina, protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo “Carolina Emme”. Curiosi di sapere cosa ci ha detto del suo mondo? Buona lettura!

Qualche parola per descriverti
Io sono Carolina, la testa e il cuore di quello che è oggi Carolina Emme. Ho appena compiuto i fatidici 30 anni e sono originaria di un piccolo paesino del centro Sardegna. Vivo da tanti anni a Cagliari, città che ormai considero casa. Sono una designer a tutti gli effetti, ho avuto la grande fortuna di poter studiare moda e fashion design all’Istituto di Moda Burgo e, in seguito, di fare tanta pratica presso un Atelier di Moda a Cagliari. Adoro i libri, i viaggi, i gatti, il cinema, il vintage e ho una passione smodata per il cibo e Jane Austen.

Sardegna-Milano, andata e ritorno: com’è cambiata la tua vita e come definiresti il rapporto con la tua terra d’origine?
In realtà, a Milano ci sono stata poco, troppo poco, perché l’Accademia aveva una piccola sede qui in città, dove noi studenti fuori sede potevamo frequentare senza affrontare le enormi spese di un trasferimento a Milano. Provenendo comunque da una realtà molto piccola e rurale, come solo alcuni paesini in queste lande sanno essere, il cambio ad una città come Cagliari, seppur piuttosto piccola, è stato per me fondamentale, dandomi uno sguardo sul mondo completamente diverso. Sono arrivata qui appena diplomata, andando a vivere sola con un’amica, una bambina che all’improvviso si è ritrovata catapultata nelle responsabilità e piaceri della vita adulta.

Come è nata la passione per la sartoria? In che modo e quando l’hai resa una vera e
propria attività imprenditoriale?

Diciamo che la passione per la sartoria non è mai decollata: io nasco come designer e tale mi considero e rimango. Non sono sarta: non ne ho le capacità; mi arrangio bene in ciò che faccio ma non voglio assolutamente pregiarmi di un titolo che non mi appartiene. Non fraintendetemi: non odio cucire, anzi, ma dovermi occupare di tutti gli aspetti è veramente complesso e stancante e, soprattutto la fase di produzione e riproduzione, mi porta via così tanto tempo che non me ne rimane mai abbastanza da dedicare alla parte che amo di più: la progettazione e lo sviluppo delle nuove collezioni. Amo la fase di sviluppo e prototipi sui nuovi modelli, ma diciamo che se avessi almeno un paio di mani in più che si occupassero in parte della produzione per la vendita, sarei molto più serena sotto diversi punti di vista, non posso negarlo! Ho sempre voluto creare la mia linea di abiti ma è difficilissimo avviare un progetto in questo senso se non si hanno un budget iniziale abbastanza sostanzioso o almeno dei finanziatori che credano in te e nella tua visione. Così, imparare a cucire è stata l’ulteriore sfida per poter andare avanti da sola con il mio sogno e, con il senno di poi, penso sia stata una delle migliori decisioni della mia vita.

Il movimento Fashion Revolution è parte integrante del tuo lavoro. Cosa ti ha spinto
a aderirvi?

È un percorso più lungo e complesso di quanto anche io mi sia mai resa conto e risale agli ultimi anni di liceo, quando una mia compagna di scuola divenne vegetariana. Sono sempre stata molto curiosa e più domandavo, più venivo assalita dai dubbi, e quindi continuavo con le domande, le letture, i documentari a riguardo. Sono diventata vegetariana anche io nel giro di qualche tempo e, da lì, ti si apre un mondo se sei abbastanza coerente da capire che il problema non può essere in un campo solo. L’allevamento certo, l’agricoltura scriteriata, di conseguenza il lavoratore sfruttato. Ma questo è un qualcosa che appena mi sono voltata a guardare, ha abbracciato tutti i campi, non solo quello del cibo, fino ad arrivare anche allo spinoso mondo della moda. Da lì, ho cercato di imprimere, ovviamente nel mio piccolo, la svolta che sentivo necessaria, prima come persona che come brand ed essere così coerente anche nel lavoro.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?
Credo che, nonostante tutto, il momento più difficile sia stato Settembre 2017. Tra i troppi costi e vari problemi, ho dovuto fare marcia indietro sui miei programmi, rientrare nella casa dei miei genitori e raccogliere un po’ i cocci. Il bello è che, tempo un paio di mesi, le cose hanno iniziato ad andare molto meglio e in poco meno di un anno sono riuscita a ritrovare l’equilibrio e il giusto spazio per me e i miei sogni.

Uno spirito combattivo il tuo. Sinonimo di ribellione agli usi e costumi della società
odierna?

Non saprei se si tratti di spirito ribelle o di semplice cocciutaggine. Di sicuro, quello che fanno gli altri, le omologazioni e le convenzioni sociali non mi hanno mai impedito di dire la mia o fare quello che a me piaceva di più o sembrava giusto, anche a costo di remare controcorrente e, spesso, darmi la classica zappa sui piedi da sola e venire isolata dal gruppo, fosse questo quello degli amici o anche quello famigliare. Sono però convinta che se si ha un sogno, un’idea, una convinzione, dal progetto più grande alla opinione più banale, dovremmo sempre sentirci sicuri di esprimerci in tal senso, piuttosto che seguire il gruppo solo per la paura di venire tagliati fuori.
Là fuori c’è un posto per noi, sempre.

Dai tuoi post traspare la voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi
sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Per me è molto importante interagire con le altre persone, nonostante sia una persona molto più che timida e riservata, non voglio un rapporto di tipo produttore/consumatore all’interno del mio spazio, o almeno, non vorrei che si fermasse a quello. Mi piace far conoscere il mio lato professionale, il mio lavoro, il mio brand e la mia filosofia, ma mi piace anche condividere le cose di tutti i giorni e far trasparire quella parte di me più giocosa, rilassata, comune. Scopri che c’è tanta voglia di interagire e creare nuovi legami, nuovi discorsi, nuove relazioni sociali, ed è bello che sia così. Dopo anni di spersonalizzazione dei brand e delle grosse catene, finalmente si sta tornando all’individualità, all’importanza del singolo all’interno di qualcosa di più grande.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?
Di armarsi di santa pazienza e, dove questa non fosse sufficiente (come la mia), di sopperire con la tenacia, la passione e una buona dose di spirito di sacrificio. Per farcela così, da soli, ci vuole tanto lavoro, impegno e si ricevono un sacco di batoste, ma sono convinta che il duro lavoro, con un pizzico di ottimismo e testardaggine, possano portare anche a grandi risultati.
Qualcuno la chiamerebbe fede, credo, ma parliamo della stessa cosa.

C’è un capo al quale sei particolarmente legata? Magari perché lo hai realizzato in
un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te
importante.

Non c’è un capo del genere, ma sicuramente in ogni collezione ho il mio preferito, quello che a tempo volevo creare o quello che mi fa stare particolarmente bene quando lo indosso, visto che sono la prima collaudatrice e consumatrice dei miei prodotti. Nell’ultima collezione, dedicata ad Anne of Green Gables, il mio abito del cuore è il maxi dress nero in maglia con maniche ampie e balza finale. Mi sento me stessa, sicura, libera.

Le interviste

A tu per tu con la sarta di fiori e colori…

Abbiamo fatto qualche domanda a Valentina, protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo “Fils de Rêves”. Ci ha detto tante cose: le condividiamo con voi, come sempre. Buona lettura!

Qualche parola per descriverti.


Sono Valentina Panisi, vivo e lavoro dividendomi tra due regioni, vivo in provincia di
Reggio Emilia e ho il laboratorio in provincia di Mantova, ho 27 anni ma tra una
manciata di giorni saranno 28, sono un’ariete e se mi metto in testa una cosa devo
sempre in qualche modo realizzarla. Ho una passione frenata per i fiori e i colori e
attraverso questi vorrei trasmettere serenità e positività.

Come è nata la passione per la sartoria? In che modo e quando l’hai resa una
vera e propria attività imprenditoriale?

Fin da piccola ho sempre avuto le idee abbastanza chiare su quello che avrei voluto
fare ‘’da grande’’, sono cresciuta circondata da nonne e mamma che lavoravano nel
campo della sartoria e questo ha influenzato positivamente tutto il mio percorso.
Cucio da quando ho 13 anni, da quando ho iniziato a frequentare la scuola
professionale con indirizzo abbigliamento e moda.
Nel 2010 è nato Fils de Rêves (fili di sogni), cerco da allora di dare tutta me stessa
nel mio lavoro e tutte le energie che ho, e da qualche anno ho trasformato la mia
attività aprendo uno shop online.


Abbiamo notato che attribuisci nomi di ragazze ai tuoi abiti, possiamo
chiederti chi sono queste donne e come mai hai deciso di dare i loro nomi alle
tue creazioni?

I nomi di ragazze dei miei abiti, ad esempio la gonna “Marghe”, è un tributo alla mia
nonna Margherita, che indossava sempre gonne a fiori. L’abito modello “Sonia”, uscito
da poco, invece è dedicato a mia madre.
Sono tutti i nomi che mi hanno ispirata in questo cammino. Una dedica di
ringraziamento per tutto quello che queste donne sono riuscite a trasmettermi.

Come scegli tessuti e materie prime per i tuoi abiti?

La scelta dei tessuti è un processo che richiede un sacco di tempo e tanti chilometri
macinati in macchina, ho un fornitore del cuore a cui mi affido per tutte le mie
collezioni, e ogni volta camminando per il magazzino mi lascio semplicemente
ispirare dalle fantasie che incontro e decido come abbinarle tra loro e cosa
realizzarci, per questo mi occorre sempre una giornata libera.


Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Uno dei momenti duri ma sicuramente anche utile alla mia crescita, è stato quando
ho voluto portare la mia attività online, i primi periodi non sono stati semplici,
lavorare online comporta un nuovo modo di lavorare, un nuovo approccio.


Dai tuoi post traspare la voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto
pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi
prodotti?


Entrare in contatto con le mie clienti e chi mi segue, per me è fondamentale,
soprattutto perché vendendo principalmente online, voglio che le mie clienti si
sentano prese in considerazione, voglio prendermi cura di loro e seguirle nel
migliore dei modi.

Da alcuni contenuti sulla tua pagina Instagram emerge lo spirito collaborativo
con altre tue colleghe. Quanto pensi sia importante una rete di donne unite
per la valorizzazione dell’handmade?


Penso che questo aspetto sia molto importante, come dice il detto l’unione fa la
forza!

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Direi di tenere duro, di spingersi al massimo delle proprie energie, e cercare di
trovare sempre un pensiero positivo anche nei momenti di sconforto.


C’è un capo al quale sei particolarmente legata? Magari perché lo hai
realizzato in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata
una persona per te importante.


Il capo al quale sono più legata è la gonna modello “Marghe”, è un modello che
realizzo da sempre, è una delle mie prime creazioni, sono passati 8 anni e ancora la gonna “Marghe” è un must di ogni mia collezione, come vi dicevo è dedicata e porta il
nome della mia nonna Margherita.
E’ una gonna a mezza ruota con l’elastico in vita, ricorda le gonne anni ’50,
romantiche, femminili e al tempo stesso sbarazzine, uno dei tanti motivi per cui
tengo molto a questa gonna è perché è in grado di vestire tutte le taglie dalla 38 alla
60, grazie alle sue forme.

Le interviste

A tu per tu con l’artigiana con la frangetta…

Abbiamo fatto qualche domanda a Sara, protagonista della settimana di donneinstoffa. Ci ha aiutato a capire il suo mondo, il mondo di “MisStufi”. Buona lettura!

Qualche parola per descriverti?

Sono Sara, per tutti ormai “ stufini” , fino a ottobre avrò ancora 33 anni, disegno e creo capi d’abbigliamento da quasi una vita.

Come mai hai deciso di chiamarti MisStufi?

Da quando sono bambina sento mia mamma chiamarmi “ signorina tu mi stufi” ( dovevo essere una peste a sto punto). Una volta deciso d’intraprendere questa strada, mi ero ripromessa che se mai avessi lanciato un mio brand lo avrei chiamato sicuramente in quel modo. E quando finalmente decisi di mettermi in proprio, grazie ad un gioco di parole ,e’ nato Misstufi!

Come è nata la passione per la sartoria? In che modo e quando l’hai resa una vera e propria attività imprenditoriale?

Andavo alle elementari, ed il mio gioco più frequente era quello di rubare i pigiami di mia mamma e farli diventare dei vestiti per le Barbie, da lì ho sempre tagliuzzato tessuti, fino a scegliere tutti i percorsi scolastici e non  legati alla moda e alla sartoria, che mi hanno formato tanto da decide nel 2009 di mettermi in proprio.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?


Sicuramente l’aver cambiato spesso città in cui vivere, il dover ricominciare ogni volta da capo a costruire “il mio mondo” mi ha messo alla dura prova…ma non l’ho mai visto solo come momento difficile, bensì come un modo per crescere e migliorarmi, e diventare quella che voglio essere.

Tu stessa affermi di “creare capi d’abbigliamento che hanno da raccontare qualcosa”. Cosa vuoi raccontare attraverso i tuoi capi?


Ogni capo che realizzo ha una storia ben precisa che io sono pronta a raccontare : a partire dal perché lo si realizza, per chi, e come, dalla scelta del tessuto, dai materiali al modello in modo che rispecchi ogni singola persona secondo lo stile Misstufi.

Come scegli tessuti e materie prime per i tuoi abiti?


Sono una rompiscatole quando si tratta di scegliere i materiali per realizzare i capi su misura o per le mie collezioni: a partire dalla composizione, tutte fibre naturali( non sopporto quelle artificiali) , a basso impatto ambientale, e se ho la fortuna di trovare piccoli tesori vintage ( dai tessuti alle passamanerie), mi piace scoprire La loro storia   , per riuscire a dare ancora più valore alle mie creazioni.

Da alcuni contenuti sulla tua pagina Instagram emerge lo spirito collaborativo con altre tue colleghe. Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?


Tantissimo! Mi piace collaborare con le altre artiste e artigiane, anche del mio stesso settore.Lo trovo stimolante, e ti permette di avere una visione più ampia del tuo lavoro , avendo anche un confronto sano e leale…dato che siamo tutte diverse, e uniche a modo nostro.Ed il più delle volte nascono anche delle bellissime amicizie.


Dai tuoi post traspare questa voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Prima dei vestiti, del brand, della piccola imprenditrice tutto fare, c’è”  Sara”,che ha fatto della sua passione il suo lavoro, e questo è stato possibile anche grazie a chi sin dal primo giorno ha deciso di sostenermi scegliendo un mio capo.E di conseguenza mi viene spontaneo il più delle volte instaurare una sorta di rapporto con chi mi segue,proprio perché non voglio che il tutto si riduca a una compravendita impersonale, ma ad un qualcosa di più. il vantaggio di essere una “one woman band” è che nel bene e nel male sei sempre tu in prima persona a prendere ogni singola decisione, e a metterti sempre in gioco.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Di non fermarsi ad emulare qualcuno solo perché sembra realizzato!Ognuno di noi per arrivare dove è arrivato, più o meno in alto, ha fatto un determinato percorso, e non è detto che sia quello giusto per tutti.Prendiamo spunto, guardiamo chi ammiriamo e facciamoci ispirare, ma creandoci la strada da percorrere ,per arrivare alla meta, su misura per noi, in modo da crearci un’identita Ben precisa, unica ed inimitabile.

C’è un capo al quale sei particolarmente legata? Magari perché lo hai realizzato in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.


Sarebbe scontato dire tutte? mi affeziono sempre alle cose che realizzo, soprattutto nelle mie collezioni, quando creo “il prototipo”.Quando ne sono particolarmente entusiasta me lo guardò e riguardo felice, tanto da volerlo tenere tutto per me.Poi mi dico che non avrebbe senso, e allora passo al prossimo capo in lista da realizzare( ma poi succede la stessa cosa del primo).Ogni nuova collezione per me è una sfida , non mi accontento di proporre qualcosa che ho già fatto precedentemente modificando qualche dettaglio o tessuto,o basarmi su quello che va di moda ( ahimè non la seguo proprio) , ed ogni volta inizia questa crociata per creare quello che più mi rispecchia, che sia unico, e particolare.Per questo non ho un abito del cuore, ma per me lo sono tutti!

Le interviste

A tu per tu con la sarta boschiva…

Abbiamo fatto qualche domanda a Cristina, la sarta “boschiva” protagonista, con il suo “Atelier sul Brenta”, della settimana di donneinstoffa. Buona lettura!

Qualche parola per descriverti.
Mi chiamo Cristina, sono alla soglia dei 40 e vivo sommersa di natura, animali e letteratura. 

Come è nata la passione per la sartoria? In che modo e quando l’hai resa una vera e propria attività imprenditoriale?

Ho sempre voluto farmi i vestiti da sola ma non mi ci ero mai messa seriamente fino a qualche anno fa (5 o 6), in cui mi sono iscritta ad una scuola di sartoria, mi sono messa a studiare e a praticare dalla mattina alla sera finché non ho imparato come volevo. Non pensavo ne avrei fatto un lavoro ma è stata una conseguenza naturale, praticamente quando ho iniziato a cucire non ho mai smesso. 

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

I momenti duri in un’attività in proprio ci sono sempre e non smettono mai. All’inizio pensavo che una volta avviata l’attività fosse tutto in discesa e invece bisogna sempre fare i conti con la creatività, con le entrate non fisse, con un sistema di tassazione che non aiuta, con le mille problematiche che ci sono in ogni ambito lavorativo ma che qui bisogna sempre saper risolvere da soli. 

Nella tua biografia dici di cucire abiti “ispirati alla via nei boschi”, inoltre nei vari post si nota questo tuo forte legame con la natura. Ci vuoi raccontare un po’ di queste tue scelte?


Nasco selvaggia. Di fatto proprio. Non mi sono mai sentita pienamente a mio agio in città e da sempre ricerco questo contatto con la natura che è selvatico, primordiale. Sono una persona molto solitaria, forse questo aiuta quando si vive isolati. 

In qualche post hai affermato di avere un “cuore nostalgico”. A cosa è dovuta questa nostalgia?


Secondo me è un po’ karmica perché ce l’ho da che ho memoria. Ho studiato (e continuo a studiare nel tempo libero) storia. Credo che la figura della storica e dello storico siano fortemente nostalgiche e guardino perennemente al passato, anche quando analizzano il presente ed il futuro. Diciamo che nel passato ci sguazzo e il futuro mi spaventa. Ma ci sto lavorando. 

Dai tuoi post traspare questa voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?


E’ molto importante, altrimenti ce la facciamo e ce la raccontiamo. Mi piace vivere la mia attività come fosse una piccola sartoria di paese dove le donne vengono non solo ad acquistare un abito ma anche a parlare della loro vita, a condividere gioie e dolori. Non so se ve lo ricordate, ma c’è un film che amo “fiori d’acciaio”, dove Dolly Parton ha un salone di bellezza che è anche luogo di incontro delle donne del paese. La mia sartoria vorrei diventasse così. 
Mi piace molto stare con altre donne, le donne sono mie amiche e la sorellanza è una cosa che sento molto. Chiamiamola sartoria-gineceo. 

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Non so se consiglierei di farla diventare un’attività in proprio perché non credo sia per tutte, ma se la passione è il cucito direi di non abbandonarla mai e di condividerla con le proprie figlie.


I tuoi abiti hanno diversi nomi, in base a cosa li scegli?


Fino a poco tempo fa li chiamavo come eroine della letteratura, oggi li chiamo come gli alberi, le piante e gli animali che mi circondano. 


C’è un capo al quale sei particolarmente legata? Magari perché lo hai realizzato in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.


Non so se c’è un capo a cui tengo di più. La risposta scontata sarebbe Emma, un abito che faccio dagli inizi dell’attività e che continuo a fare. Ma secondo me è solamente perché piace, è apprezzato, e va bene in qualsiasi stagione. Sinceramente gli abiti che amo di più sono quelli che devo ancora realizzare. 

Le interviste

A tu per tu con la sarta digitale…

Abbiamo fatto qualche domanda a Fabia, protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo “Nevelo Kids”. Curiosi di sapere cosa ci ha detto? Buona lettura!

Qualche parola per descriverti?

Fabia Leoni, 42enne, di Verona. Architetto per 15 anni, creativa da 42 e sarta/stilista da 2 anni : i più belli della mia vita.

Come è nata la passione per la sartoria? Raccontaci di come hai “ribaltato le parti”. Quando ti sei accorta che l’architetto non era il lavoro dei tuoi sogni?

Ci ho messo un po’ per capire che stavo sbagliando strada. Ho lavorato nell’architettura per anni senza accorgermi che volevo solo tagliare stoffa e disegnare vestiti. Ma mia mamma me l’aveva detto tempo fa: da piccola disegnavi vestiti non case sotto il tavolo di lavoro di tua nonna ( sarta )  ma un giorno al 40 esimo mi sono resa conto che volevo state meglio. Stare bene.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Il momento più duro è stato mollare tutto e credere in me stessa. Un conto è dirlo un’altro è farlo.

Dai tuoi post traspare la voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Importantissimo ma anche spontaneo. Mi faccio vedere poco e penso che la cosa importante sia quello che faccio e come non chi sono, poi però ho capito che mettere la faccia conta tanto sia emotivamente che per instaurare un rapporto di fiducia .

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Buttarsi e non avere paura, al mondo c’è posto per tutti

La tua splendida mamma ti fa da modella, che ruolo ha avuto e ha nel tuo progetto?

Mia mamma è il motore di tutto, è la persona che mi sprona ma anche mi bastona. Una donna forte e caparbia.

Quanto è importante la fase di scelta dei tessuti e delle materie prime? Come avviene?

La scelta dei tessuti è fondamentale , è la prima fase della progettazione. La ricerca è il pilastro di tutto.

Ti rechi spesso a Parigi. Cosa rappresenta per te questa città? La consideri una fonte di ispirazione per le tue creazioni?

Parigi è la mia anima. Ho conosciuto mio marito ed è stato il punto di svolta tra ragazza e donna. Il passaggio. Poi ogni 6 mesi vado a rigenerarmi e tratte ispirazione.

C’è un capo al quale sei particolarmente legata? Magari perché lo hai realizzato in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Il capo che porto nel cuore è la gonna. Ho portato pantaloni per anni convinta che le gonne stessero bene solo alle taglie 38/40 invece mi sono ricreduta e ne ho fatto una  bandiera. 

Le interviste

A tu per tu con la giovane artigiana…

Abbiamo fatto qualche domanda a Lidia, protagonista della settimana di donneinstoffa. Ci ha detto tante cose che abbiamo il piacere di condividere con voi, come ogni venerdì. Buona lettura

Qualche parola per descriverti?

Il mio nome è Lidia Maria Mallia e nasco a Catania,  nel 1994.
Da sempre la mia attenzione veniva catturata dalle cose insolite, originali e dalla possibilità di poter creare dal nulla, qualcosa.

Come è nata la passione per la sartoria? In che modo e quando l’hai resa una vera e propria attività imprenditoriale?

Da piccola trascorrevo molto tempo con le mie nonne, loro erano sarte e ricamatrici e spesso venivo circondata dalle loro opere meravigliose, in giro per casa e all’interno della sartoria di una zia, dove lavoravano tante donne di varie età.
Lì mi divertivo ad inventare modelli di abiti con avanzi di stoffe, sul manichino.
Con il passare degli anni la mia passione creativa è solamente cresciuta, mi sono avvicinata alla pittura, alla fotografia per completare poi i miei studi accademici in Costume teatrale e scenografia teatrale.
Durante il periodo accademico ho acquistato la mia prima macchina da cucire per realizzarmi una carpetta da disegno, da quel momento ho capito che era quello ciò che avrei voluto fare!

Gli studi compiuti al Liceo Artistico – indirizzo pittura – e la tua passione per la fotografia, come hanno influenzato e come emergono nelle tue creazioni?

Siamo il frutto delle nostre esperienze, per me è automatico inserire tutte le mie conoscenze sul campo, ad esempio, le illustrazioni dei tessuti, sono i miei disegni digitalizzati ed inviati ad un’industria tessile per diventare successivamente abiti e accessori.La fotografia in egual modo è la fase finale per comunicare al meglio il prodotto.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Quelli ci sono ancora e sicuramente ce ne saranno, uno in particolare non mi viene in mente perché sento davvero tanta passione e ogni ostacolo che si presenta lo vedo come un’opportunità per migliorarmi ed acquisire maggiore forza.


C’è qualcuno a cui ti senti di dire grazie per aver permesso che arrivassi fino a qui?

La mia famiglia, senza dubbio. Mi hanno sempre appoggiata, anche quando volavo troppo con la fantasia, sono la mia parte migliore e la mia fonte d’ispirazione.


Cerchi sempre nuovi materiali, anche innovativi e riciclati, come ad esempio il tessuto Orange Fiber, Da dove viene questo tuo interesse e quali obiettivi ti poni?

In questo campo è fondamentale sperimentare, non puoi fermarti ai semplici materiali perché rischi di rimanere bloccato nella comfort zone, gli obiettivi sono sempre quelli di scoprire cose nuove e viaggiare per poterli raggiungere.


Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Noto che spesso si arrendono alle prime difficoltà o si assestano senza sperimentare, ecco, secondo me questo è un passo sbagliato, consiglio invece di perseverare nel migliorarsi, non arrendersi al primo errore, le soddisfazioni ci saranno solo se ci si impegna molto.


Dai tuoi post traspare la voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Senza loro non sarei qui a costruire il mio futuro, per me è importantissimo conoscerli e instaurare un rapporto di fiducia.

Da alcuni contenuti sulla tua pagina Instagram emerge lo spirito collaborativo con altre tue colleghe. Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per la valorizzazione dell’handmade?

Sempre per il mio interesse verso la scoperta, sono convita che abbiamo bisogno degli altri, noi da soli andiamo bene fino ad un certo punto, il lavoro di squadra, il confronto, avere una cerchia di colleghi è linfa per tutto!

C’è un capo al quale sei particolarmente legata? Magari perché lo hai realizzato in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Elisa, la borsa che è nata per caso, era un bozzetto fra gli altri, un giorno una mia cliente cercava una borsa su misura da regalare ed è saltato fuori questo disegno.Da quel momento Elisa è stata realizzata in tre misure e tre varianti, a mano a tracolla e a zaino, è, fino ad ora, la più richiesta!