Abbiamo fatto qualche domanda a Carolina, protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo “Carolina Emme”. Curiosi di sapere cosa ci ha detto del suo mondo? Buona lettura!

Qualche parola per descriverti
Io sono Carolina, la testa e il cuore di quello che è oggi Carolina Emme. Ho appena compiuto i fatidici 30 anni e sono originaria di un piccolo paesino del centro Sardegna. Vivo da tanti anni a Cagliari, città che ormai considero casa. Sono una designer a tutti gli effetti, ho avuto la grande fortuna di poter studiare moda e fashion design all’Istituto di Moda Burgo e, in seguito, di fare tanta pratica presso un Atelier di Moda a Cagliari. Adoro i libri, i viaggi, i gatti, il cinema, il vintage e ho una passione smodata per il cibo e Jane Austen.
Sardegna-Milano, andata e ritorno: com’è cambiata la tua vita e come definiresti il rapporto con la tua terra d’origine?
In realtà, a Milano ci sono stata poco, troppo poco, perché l’Accademia aveva una piccola sede qui in città, dove noi studenti fuori sede potevamo frequentare senza affrontare le enormi spese di un trasferimento a Milano. Provenendo comunque da una realtà molto piccola e rurale, come solo alcuni paesini in queste lande sanno essere, il cambio ad una città come Cagliari, seppur piuttosto piccola, è stato per me fondamentale, dandomi uno sguardo sul mondo completamente diverso. Sono arrivata qui appena diplomata, andando a vivere sola con un’amica, una bambina che all’improvviso si è ritrovata catapultata nelle responsabilità e piaceri della vita adulta.
Come è nata la passione per la sartoria? In che modo e quando l’hai resa una vera e
propria attività imprenditoriale?
Diciamo che la passione per la sartoria non è mai decollata: io nasco come designer e tale mi considero e rimango. Non sono sarta: non ne ho le capacità; mi arrangio bene in ciò che faccio ma non voglio assolutamente pregiarmi di un titolo che non mi appartiene. Non fraintendetemi: non odio cucire, anzi, ma dovermi occupare di tutti gli aspetti è veramente complesso e stancante e, soprattutto la fase di produzione e riproduzione, mi porta via così tanto tempo che non me ne rimane mai abbastanza da dedicare alla parte che amo di più: la progettazione e lo sviluppo delle nuove collezioni. Amo la fase di sviluppo e prototipi sui nuovi modelli, ma diciamo che se avessi almeno un paio di mani in più che si occupassero in parte della produzione per la vendita, sarei molto più serena sotto diversi punti di vista, non posso negarlo! Ho sempre voluto creare la mia linea di abiti ma è difficilissimo avviare un progetto in questo senso se non si hanno un budget iniziale abbastanza sostanzioso o almeno dei finanziatori che credano in te e nella tua visione. Così, imparare a cucire è stata l’ulteriore sfida per poter andare avanti da sola con il mio sogno e, con il senno di poi, penso sia stata una delle migliori decisioni della mia vita.

Il movimento Fashion Revolution è parte integrante del tuo lavoro. Cosa ti ha spinto
a aderirvi?
È un percorso più lungo e complesso di quanto anche io mi sia mai resa conto e risale agli ultimi anni di liceo, quando una mia compagna di scuola divenne vegetariana. Sono sempre stata molto curiosa e più domandavo, più venivo assalita dai dubbi, e quindi continuavo con le domande, le letture, i documentari a riguardo. Sono diventata vegetariana anche io nel giro di qualche tempo e, da lì, ti si apre un mondo se sei abbastanza coerente da capire che il problema non può essere in un campo solo. L’allevamento certo, l’agricoltura scriteriata, di conseguenza il lavoratore sfruttato. Ma questo è un qualcosa che appena mi sono voltata a guardare, ha abbracciato tutti i campi, non solo quello del cibo, fino ad arrivare anche allo spinoso mondo della moda. Da lì, ho cercato di imprimere, ovviamente nel mio piccolo, la svolta che sentivo necessaria, prima come persona che come brand ed essere così coerente anche nel lavoro.
Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?
Credo che, nonostante tutto, il momento più difficile sia stato Settembre 2017. Tra i troppi costi e vari problemi, ho dovuto fare marcia indietro sui miei programmi, rientrare nella casa dei miei genitori e raccogliere un po’ i cocci. Il bello è che, tempo un paio di mesi, le cose hanno iniziato ad andare molto meglio e in poco meno di un anno sono riuscita a ritrovare l’equilibrio e il giusto spazio per me e i miei sogni.
Uno spirito combattivo il tuo. Sinonimo di ribellione agli usi e costumi della società
odierna?
Non saprei se si tratti di spirito ribelle o di semplice cocciutaggine. Di sicuro, quello che fanno gli altri, le omologazioni e le convenzioni sociali non mi hanno mai impedito di dire la mia o fare quello che a me piaceva di più o sembrava giusto, anche a costo di remare controcorrente e, spesso, darmi la classica zappa sui piedi da sola e venire isolata dal gruppo, fosse questo quello degli amici o anche quello famigliare. Sono però convinta che se si ha un sogno, un’idea, una convinzione, dal progetto più grande alla opinione più banale, dovremmo sempre sentirci sicuri di esprimerci in tal senso, piuttosto che seguire il gruppo solo per la paura di venire tagliati fuori.
Là fuori c’è un posto per noi, sempre.

Dai tuoi post traspare la voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi
sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?
Per me è molto importante interagire con le altre persone, nonostante sia una persona molto più che timida e riservata, non voglio un rapporto di tipo produttore/consumatore all’interno del mio spazio, o almeno, non vorrei che si fermasse a quello. Mi piace far conoscere il mio lato professionale, il mio lavoro, il mio brand e la mia filosofia, ma mi piace anche condividere le cose di tutti i giorni e far trasparire quella parte di me più giocosa, rilassata, comune. Scopri che c’è tanta voglia di interagire e creare nuovi legami, nuovi discorsi, nuove relazioni sociali, ed è bello che sia così. Dopo anni di spersonalizzazione dei brand e delle grosse catene, finalmente si sta tornando all’individualità, all’importanza del singolo all’interno di qualcosa di più grande.
Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?
Di armarsi di santa pazienza e, dove questa non fosse sufficiente (come la mia), di sopperire con la tenacia, la passione e una buona dose di spirito di sacrificio. Per farcela così, da soli, ci vuole tanto lavoro, impegno e si ricevono un sacco di batoste, ma sono convinta che il duro lavoro, con un pizzico di ottimismo e testardaggine, possano portare anche a grandi risultati.
Qualcuno la chiamerebbe fede, credo, ma parliamo della stessa cosa.
C’è un capo al quale sei particolarmente legata? Magari perché lo hai realizzato in
un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te
importante.
Non c’è un capo del genere, ma sicuramente in ogni collezione ho il mio preferito, quello che a tempo volevo creare o quello che mi fa stare particolarmente bene quando lo indosso, visto che sono la prima collaudatrice e consumatrice dei miei prodotti. Nell’ultima collezione, dedicata ad Anne of Green Gables, il mio abito del cuore è il maxi dress nero in maglia con maniche ampie e balza finale. Mi sento me stessa, sicura, libera.














