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La creativa nomade: la storia di “Nonna Papera”

Un filo rosso che porta al cucito, al mondo dell’handmade fatto di aghi e stoffe, strumenti terapeutici che possono portare alla felicità. È riassunto qui il racconto della settimana di donneinstoffa: è la storia di Elisabetta e del suo “Nonna Papera”.

Un’impiegata ma prima ancora una bambina divenuta donna e mamma. Una ragazza con la fantasia che corre, che ama esplorare, conoscere e provare ma senza mai poter dire di non averci provato e di aver sbagliato in caso negativo. Elisabetta, 31 anni,  della provincia di Bologna è tutto questo e tanto altro: è una creativa nomade, come si definisce lei, che ha trovato “casa” nel cucito, tra stoffe e bottoni.

L’uncinetto, il chiacchierino ad ago e il mosaico per cominciare. Quella macchina da cucire che chiama non attende risposte a lungo termine. Una risposta che arriva, che si traduce in “Nonna Papera” in un nome che sa di saggezza, di anni di sacrifici economici e di tempo materiale, di ore passate a ricercare la giusta qualità di tessuti da offrire alle proprie clienti, destinatarie di messaggi espressi tramite gli abiti realizzati.

Cucire non solo come hobby ma come cura, come rifugio sicuro quasi fosse un confidente, uno psicoterapeuta al quale affidare i propri pensieri. È una filosofia che fa dell’handmade qualcosa di più profondo del semplice lavoro manuale, rendendolo strumento concreto per poter esprimere il meglio di sé stessi, donando ad altri un pezzo del proprio cuore, della propria creatività.

È una storia che insegna ad essere intraprendenti, quella di Elisabetta. È il racconto di un progetto che si prepara a diventar grande, a trasformarsi da bruco in farfalla, come dice la nostra protagonista nell’intervista che ci ha concesso. Un’intervista quasi toccante, parole che fanno riflettere e che, se vorrete, vi aspettano venerdì 20 settembre sempre qui, sempre sul blog di donneinstoffa.

Qui sotto, intanto, vi lasciamo i contatti di “Nonna Papera”

Elisabetta – Nonna Papera

Instagram: http://www.instagram.com/nonnapaperadielisabettab

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A tu per tu con la matematica con ago e filo…

Abbiamo fatto qualche domanda a Chiara, protagonista della settimana di donneinstoffa. Curiosi di sapere cosa ci ha raccontato? Buona lettura!

Qualche parola per descriverti.

Sono una persona solare e attiva; non so stare senza fare nulla (quindi forse anche iper-attiva!). Ho anche un grande senso del dovere, a volte forse troppo. Ho sempre avuto molti interessi e (a parte alcuni periodi di “sacrifici”) riesco a portarli avanti con costanza. Sono molto decisa, talvolta testarda, ma allo stesso tempo mi pongo tante domande ed ho tanti dubbi, spesso senza esternare eventuali disagi; solitamente trovo le risposte nelle mie sensazioni e nelle mie emozioni. E le seguo, costi quel che costi!

Come è nata la passione per la sartoria? In che modo e quando l’hai resa una vera e propria attività imprenditoriale?

La passione per la sartoria è nata l’ultimo anno delle superiori, ma come hobby. Una volta iniziata l’università a Bologna, ho deciso di avvicinarmi a questo mondo, frequentando per qualche ora un atelier e realizzando qualcosa per me. Il mio ragazzo mi ha regalato la macchina da cucire e mi sono buttata! Poi però questo corso non mi ha appagato più: io volevo diventare completamente autonoma ed imparare a realizzare i miei cartamodelli! Quindi  ho trovato un corso annuale (della durata di più anni; lo sto ancora frequentando e sono al terzo livello!) organizzato dall’Associazione Cucito Cafè, e mi sono iscritta mentre ho frequentato la Magistrale in Didattica della Matematica. Non sapevo bene che cosa avrei fatto in futuro, ma l’idea di insegnare matematica non mi dispiaceva, anche se non era il mio “sogno nel cassetto”. Poi però la magistrale l’ho trovata molto povera di contenuti e deludente, ed in contemporanea la scuola sartoriale mi stava dando grandissime soddisfazioni. Ho iniziato a postare foto sui social con le mie realizzazioni e così sono arrivate le prime richieste. Ho scoperto che cucire cose per gli altri mi appassionava tanto quanto cucire per me! Ed in quel momento ho capito e deciso che sarebbe diventato il mio lavoro. Nel frattempo, con un po’ di fatica ma tanta grinta, ho terminato la Magistrale; mi sono laureata questo Dicembre. A Gennaio ho lanciato il mio sito web www.chiaracascioli.com ed ho aperto Partita Iva. Così sono diventata una piccola imprenditrice!

Come è nata questa passione e che cosa c’entra con la matematica, ancora non lo so di preciso. C’è tanta matematica e logica dietro un cartamodello. Sicuramente uno dei motivi per cui ho iniziato è che quello che trovavo nei negozi non soddisfaceva le mie aspettative, e da lì è iniziata la necessità di crearmi dei capi di abbigliamento come li volevo io. Però non credo sia stato solo quello il motore di tutto… forse un giorno lo capirò e capirò anche cosa lega tutto questo alla matematica, ma non è così importante. Mi fa stare bene e questo basta!

Bologna, la laurea in matematica ma la passione per la sartoria. Quanto è stato difficile rivoluzionare la tua vita per dedicarti a ciò che ami davvero e quanto sono state importanti le persone a te care in questo percorso?

Per me stessa non è stato difficile. È stato come un fulmine a ciel sereno; ero alla ricerca di una strada per il mio futuro, ed è arrivata la risposta. Come ho già detto sopra, mi fido molto delle mie sensazioni e sapevo che, seguendole, sarei stata felice! Mi ha aiutato tantissimo il mio ragazzo; da lui ho sempre trovato sostegno e conforto ed ha sempre creduto in questo progetto sin dall’inizio, infatti la macchina da cucire è stato il primo regalo di compleanno che mi ha fatto. Quindi forse lui l’aveva capito prima di me!

Il difficile è stato più che altro fare accettare questa cosa ai miei genitori; non perché non gli andasse bene che io facessi questo nella mia vita, assolutamente. La loro credo sia stata più che altro paura; la vita da piccolo imprenditore non è semplice, bisogna crearsi la propria strada, e dall’altra parte avevo una prospettiva da “lavoro fisso/statale”, quindi stipendio sicuro. Ma io non mi sono fatta abbattere e piano piano hanno accettato; ed è proprio in questo momento che è nato uno dei miei hashtag iconici #mammavogliocucire. E l’ho convinta con successo!

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Diciamo che ce ne sono stati parecchi… Sicuramente convincere i miei genitori non è stato semplice. Abbiamo avuto anche molte discussioni, ma con pazienza sono riuscita nel mio intento ed ora sono felici per me.
Un altro momento duro è stato l’ultimo periodo di università, quando mi mancavano pochi esami. Non ce la facevo più, io volevo cucire e invece dovevo stare a studiare! Sono stata molto tentata di smettere. Ma poi ho capito che non avrebbe avuto senso, e che comunque la matematica (e la scienza in generale) mi piace e fa parte di me (infatti spesso mentre lavoro, invece di ascoltare musica ascolto trasmissioni o podcast che trattano di argomenti scientifici –medicina, chimica, astrofisica…). Quindi mi sono rimboccata le maniche e ho dato gli ultimi esami. Ma non ho messo da parte il lavoro, nossignore. Mezza giornata studiavo e mezza lavoravo. Ho trovato il mio equilibrio e sono arrivata in fondo!
Infine, diciamo che ora non è un periodo facilissimo. Sono felice e sto lavorando parecchio, ma all’inizio è molto difficile gestire un’impresa, anche se piccola. Bisogna fare i conti con tante cose: con le tasse in primis, bisogna fare un business plan, darsi degli obbiettivi, essere costanti, non farsi abbattere dai fallimenti (che sono sempre dietro l’angolo), sapersi organizzare, … Insomma, non si stacca mai la testa!

“Life is too short to wear boring clothes” leggiamo sui tuoi social. Divertirsi lavorando e mettere a proprio agio le clienti con i capi che realizzi possono considerarsi motori trainanti della tua attività?

Esattamente, avete azzeccato il punto! Io amo fare questo lavoro perché mi piace realizzare un capo di abbigliamento che rispecchi e valorizzi la persona che lo indossa. Mi piace dare vita ai desideri delle mie clienti, mi piace consigliarle. In poche parole, devono sentirsi uniche! Ed infatti, un altro degli hashtag iconici che uso sempre è #beyounique.

Dai tuoi post traspare la voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Per me è importantissimo. Spesso non si tratta solo di cucire un abito, ma di ascoltare le necessità di una persona. Un rapporto basato sulla fiducia ed il rispetto reciproco, che permette a me di lavorare bene e alla cliente di sentirsi appagata, ascoltata, coccolata.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

La sartoria ha bisogno di tempo; si impara facendo. Che sia una passione che avete per hobby o che vogliate farne il vostro lavoro, non abbandonatela! La migliore terapia per la mente è creare qualcosa con le mani.

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A tu per tu con l’artigiana autodidatta…

Abbiamo fatto qualche domanda a Serena, la protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo LABO_TIQUE. Ecco cosa ci ha detto, buona lettura!

Se dovessi descriverti in qualche riga, cosa diresti?

Mi chiamo Serena Coscia, ho 24 anni e vivo a Cupra Marittima, un piccolo paesino sulla riviera adriatica. Sono diplomata all’Istituto professionale commerciale. Sono una persona piuttosto determinata, mi impegno molto per le cose che voglio ottenere. Da un anno e mezzo circa, sono titolare di LABO_TIQUE, negozio di capi d’abbigliamento fatti a mano prodotti da me e da altri giovani talenti del handmade italiano, che seleziono personalmente.

Come è nata la passione per la sartoria? In che modo e quando l’hai resa una vera e propria attività imprenditoriale?

Sono da sempre appassionata di moda, la passione per la sartoria è arrivata molto dopo… nel febbraio 2016. Mi piace definirmi un’artigiana autodidatta, per questo motivo, quando ho iniziato a cucire mi dedicavo solo alla realizzazione di capi con modelli molto semplici, ma che proprio per questa loro caratteristica, riscossero sin da subito un gran successo tra le persone che mi erano accanto: parenti e amiche, che vedendoli mi chiedevano di poterli acquistare. Qualche mese dopo, ho scelto un nome: “Alltop Handmade” con il quale ho iniziato a promuovere le mie prime creazioni, tramite Facebook e Instagram. Ricordo che quelli sono stati mesi di grande crescita professionale, al punto che nel mese di dicembre 2017, decido di trasformare in lavoro, quella che oramai era diventata molto più di una passione, inaugurando un mio spazio, tutto dedicato al fatto a mano: LABO_TIQUE shop and lab.  

Da “gioco”, come scrivi sul sito della tua attività, a professione: sempre con lo stesso spirito o qualcosa è cambiato negli anni?

Le responsabilità, in questi ultimi mesi, con l’apertura del negozio sono aumentate, il lavoro adesso richiede molto più sacrificio e impegno; nonostante ciò, attraverso LABO_TIQUE trovo il modo di potermi esprimere, stringendo relazioni sempre nuove con clienti e colleghi, che poi diventano quasi sempre amici… è un progetto in cui credo molto, ogni piccolo traguardo per me è una grande vittoria.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Settembre 2018, a 10 mesi dall’apertura del negozio, ho vissuto un momento di instabilità ed incertezza, che per qualche istante, mi ha fatto dubitare che quella non fosse la strada giusta per me… ma poi mi sono ripresa! Ho capito che c’erano delle cose da cambiare e da migliorare, nello scorso mese di Dicembre LABO_TIQUE ha festeggiato il suo primo anno, con un ciclo di incontri, che hanno trasformato il negozio in qualcosa di molto di più, accogliendo: laboratori handmade, pomeriggi con aperitivi e musica in vinile, degustazioni enogastroniche con cantine locali… insomma sono ripartita alla grande! grazie sicuramente all’aiuto di parenti e amici che supportano con me questo progetto.

Dai tuoi post traspare la voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti? 

Ovviamente per chi si promuove on-line su piattaforme come Instagram e Facebook, è importante stringere relazioni con i propri clienti, lo faccio abitualmente anche con le persone che passano in negozio… cerco sempre di essere molto attenta alle loro necessità e ai loro desideri, perché è da loro che arrivano sempre i consigli migliori. Per aumentare la curiosità di chi mi segue, a volte penso che dovrei espormi un po’ di più, cercando di raccontarmi su quello che sono e che faccio, ma sono piuttosto riservata, e faccio un po’ fatica.   

Da alcuni contenuti sulla tua pagina Instagram emerge lo spirito collaborativo con altre tue colleghe. Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per la valorizzazione dell’handmade?

Credo molto nella collaborazione, ho aperto LABO_TIQUE anche per questo motivo, decidendo sin da subito che oltre alle mie creazioni ci sarebbero state anche quelle di altri giovani brand emergenti. Se vogliamo promuovere il mondo del fatto a mano, non possiamo essere da sole.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Di provarci sempre, e se si sbaglia… meglio! Gli errori sono comunque preziosi.  

C’è un capo al quale sei particolarmente legata? Magari perché lo hai realizzato in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Questa è forse la domanda più difficile, sono legatissima ad ogni singolo mio capo. Forse però, il capo a cui sono più affezionata è la gonna midi in pizzo… gonna che fino a qualche mese fa non avrei nemmeno provato, se vista in un negozio; adesso invece è il capo che preferisco in assoluto, mi fa sentire bene quando la indosso… è questa, credo, la sensazione che vorrei regalassero i miei capi, far sentire bene le persone che li indossano


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L’artigiana autodidatta: la storia di Labo_tique

Da gioco a lavoro, da passione a professione, da autodidatta ad insegnante. È la storia di Serena, fondatrice di “Labo_tique” e protagonista della quarta storia di donneinstoffa.

“Metti cuore e anima in tutto quello che fai”, si legge tra i pensieri che Serena, di tanto in tanto, decide di condividere con chi la segue, con chi ha creduto che la sua propensione verso il mondo della moda potesse regalarle tante gioie, tante storie da poter raccontare.

Il mondo della sartoria le si presenta davanti agli occhi nel 2016, con una macchina da cucire con cui “giocare”, con dei tutorial su Youtube e con qualche tessuto che assume forme diverse, forme così belle da attirare amiche e parenti, tutti entusiasti delle creazioni che Serena realizza con tanto impegno e dedizione.

E allora, si parte. Lo si fa dai social, con Facebook e Instagram pronti ad ospitare le pagine di “Alltop Handmade”, genitore legittimo di quello che, dalla fine del 2017, prenderà il nome di “Labo_tique”, uno store – a San Benedetto del Tronto – ma soprattutto un laboratorio di idee, uno spazio dove poter esprimersi e condividere esperienze anche tramite momenti di svago, con tanto di aperitivi e musica in vinile.

Riservata nel raccontarsi e attenta ai suoi clienti, alle loro necessità e desideri, ai loro bisogni perché non c’è niente di più bello che far sentire a proprio agio le persone che indossano le sue creazioni e che sono le migliori consigliere per creazioni future.

È un mondo particolare quello di Serena, un’artigiana autodidatta che si è messa in gioco sin da subito, sfidando difficoltà e momenti in cui la strada sembra essere tutta in salita. Un’altra bella storia, un altro percorso di successo che abbiamo deciso di condividere con voi e che continua, se vorrete, con le parole della nostra protagonista, nel nostro appuntamento fisso, quello del venerdì mattina.

Intanto, vi lasciamo i contatti di Serena così da poter entrare, senza filtri, nel mondo di “Labo_tique”.

Store: LABO_TIQUE, Via Crispi 128, San Benedetto del Tronto

Sito web: www.labotique.it

Instagram: www.instagram.com/labo_tique

Facebook: http://www.facebook.com/labotiqueshopandlab

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A tu per tu con la ragazza dei turbanti…

Una storia speciale, un format altrettanto speciale: non un’intervista, appuntamento abituale del venerdì, ma un breve monologo. Libero sfogo in un racconto carico di positività.

Buona lettura e.. buona Festa delle Donne dal team di donneinstoffa!

Sono Graziana, ho 30 anni, sono laureata in Scienze Politiche e vivo in Puglia.

Grazie a LeSartes ho la possibilità di unire le mie precedenti esperienze nell’ambito sociale/volontariato ad un settore (tessile) che ha sempre fatto parte della mia vita (la mia famiglia è titolare di una boutique di tendaggi, io attualmente lavoro per una multinazionale nel settore dell’abbigliamento).


Nel 2016 è stato diagnosticato un tumore maligno a mia madre, a partire da quel giorno io e la mia famiglia ci siamo trovati ad affrontare cose a noi sconosciute fino a quel momento: ansie da pre/post esami clinici, dubbi su cosa sarebbe stato giusto fare, a quale medico sarebbe stato corretto affidarsi, come avremmo affrontato tutte queste ansie e dolori?!

Ci siamo trovati catapultati in una realtà a noi sconosciuta, in tutto questo cammino abbiamo incontrato tante persone con storie diverse, con modi diversi di affrontare le paure e i dolori che questa brutta bestia comporta, dolori fisici e interiori; più andavo avanti e più mi rendevo conto che l’unica medicina che faceva effetto su tutti era il conforto di un sorriso anche tra completi sconosciuti.

Dopo aver affrontato questo periodo sentivo la necessità di doverlo superare, di doverlo metabolizzare e trasformare in qualcosa di buono, dovevo farlo per me e per tutte quelle storie che ho respirato in quei lunghi mesi; di qui è nata l’idea di LesArtes.

Questo progetto ha come obbiettivo quello di mettere in connessione persone che non si conoscono attraverso una donazione: LesArtes è un progetto che urla la forza delle donne, punta a rendere un turbante o una fascia (oggetto da sempre associato alle sole cure chemioterapiche) un capo di abbigliamento di moda indossato da tutte noi, permettendo alle donne in cura o che soffrono di alopecia, di abbellire il proprio capo senza creare un divario tra malattia e salute, riconoscendosi uguali alle altre. Non penso di poter insegnare a nessuno come affrontare un’esperienza simile, ma nel mio piccolo vorrei poter trasmettere dell’ottimismo e della gentilezza, perché credo fortemente in questi due valori.

Attualmente LeSartes è un progetto che curo personalmente nel mio tempo libero, molte persone hanno sposato la causa e hanno contribuito a divulgare il verbo, in quest’ultimo periodo una nuova figura sta apportando nuova linfa a questo progetto, Roberta (che ringrazio per essersi messa in gioco al mio fianco). Il prossimo passo (spero avvenga presto) sarà quello di trasformare LeSartes in un’associazione .

Restiamo unite, non sarà la malattia a renderci diverse.

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A tu per tu con l’ingegnere con ago e filo…

Abbiamo posto qualche domanda a Simona di “The yellow peg”, protagonista del secondo racconto di donneinstoffa. Ecco quello che ci ha detto, buona lettura!

Chi sei, descriviti brevemente.

Sono Simona, fashion designer e creatrice di The Yellow Peg, un brand di moda sostenibile e fai da te.

“Fare della moda l’affermazione di ciò che siamo” è la frase di benvenuto di “The yellow peg”. Cosa intendi esattamente?

Chi ha detto che la moda debba essere qualcosa dettato dagli altri? Dobbiamo sentirci a nostro agio con quello che indossiamo ogni giorno e l’unico modo è scegliere abiti e accessori che ci rappresentino davvero e che raccontino la nostra storia.

Come è nata la passione per la sartoria? In che modo e quando l’hai resa una vera e propria attività imprenditoriale?

Ho cominciato a cucire alla fine del 2014 per hobby rispolverando una macchina da cucire rimasta in garage inutilizzata e pensando a regali di Natale handmade. Da allora non l’ho più messa via. Avevo sempre accarezzato l’idea di cucire i miei vestiti ma non l’avevo mai vista come una vera possibilità, il massimo che sapevo fare era l’orlo ai pantaloni! Poi è scattata la scintilla e mi si è aperto davanti il mondo del cucito sartoriale in tutto il suo splendore. L’idea di poter vestire abiti fatti con le mie mani in cui mi sentissi davvero me stessa è stata la spinta ad imparare sempre di più e approfondire sia la confezione che la modellistica per poter finalmente dar vita alle mie idee su tessuto. A quei tempi avevo completato da un anno il mio dottorato in visione artificiale dopo la laurea in ingegneria informatica e lavoravo come ricercatrice. Il mio lavoro mi permetteva di dar sfogo alla mia creatività ma dopo un po’ ha cominciato a starmi stretto e non mi dava più gli stimoli giusti. Così nel 2016 ho deciso di rifiutare un’estensione di contratto e mi sono buttata anima e cuore nel mio progetto di moda sostenibile con The Yellow Peg.

L’hashtag #vestiituoisogni è il marchio di fabbrica del tuo brand. Da dove nasce e cosa significa per te?

“Vesti i tuoi sogni” è la spinta ad indossare qualcosa che ti rappresenti davvero. E’ stato ciò che mi ha portata ad imparare a cucire i miei abiti e sicuramente ciò che mi ha spinta a farne un lavoro vero e proprio. Oggi cerco di promuovere una dimensione di moda alternativa, lenta e sostenibile, nella quale sei tu che scegli con consapevolezza, che si tratti di un abito fatto a mano con cura o di un cartamodello per creare un guardaroba con le tue mani.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Il primo anno di The Yellow Peg, senz’altro. Sia io che mio marito avevamo fatto la scelta coraggiosa di metterci in proprio e stavamo cominciando a costruire una vita nuova da zero. In quell’anno lavoravo da casa, partecipavo a mercatini ed eventi per farmi conoscere ed avviavo la mia attività online. Non c’erano orari né giorni della settimana e devo dire che è stata davvero dura. Ma sicuramente mi ha permesso di crescere ed essere dove sono adesso.

Dietro la tua storia sembrano esserci due figure per te fondamentali: la nonna, esempio di dedizione al lavoro e la mamma, da cui hai ricevuto la tua prima macchina da cucire. Quanto ti è servito il loro appoggio e come questo si manifesta ogni giorno?

Da piccola passavo tanto tempo a casa di nonna e, sebbene non le abbia mai chiesto di insegnarmi a cucire, osservarla lavorare era per me un prezioso passatempo, specialmente quando stava creando qualcosa di nuovo per la mia casa di Barbie! Nel tempo ho realizzato che tante cose che so fare devo averle acquisite allora, osservandola, pur senza rendermene conto. Mamma mi ha regalato la macchina da cucire perché finalmente potessi farmi gli orli ai pantaloni in autonomia. Non credo immaginasse come quel piccolo gesto avrebbe cambiato totalmente la mia vita e sicuramente non lo credevo neanch’io! Vedere tua figlia studiare per tanti anni e poi fare una scelta così radicale ricominciando da zero non credo sia stato facile per lei, ma la mia famiglia mi ha sempre supportato nelle decisioni, anche le più apparentemente folli! Oggi sono sicuramente i miei fan più affezionati J

Dai tuoi post traspare la voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Da artigiana il rapporto con le mie clienti è fondamentale. Loro non comprano un prodotto, acquistano una piccola storia che sono felici di raccontare a loro volta al mondo. E in questa storia c’è una parte di me: c’è l’idea da cui è nato quel prodotto, c’è la scelta minuziosa dei dettagli, c’è il lavoro delle mie mani, c’è la passione per ciò che faccio. Per questo sento io per prima il bisogno di comunicare con il mio pubblico in maniera vera e autentica, raccontando cosa c’è dietro alla vetrina di uno shop. E’ la ricchezza del mondo del fatto a mano ed una delle fonti più grandi di soddisfazione.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Coltivatela, giorno dopo giorno, e non abbiate paura di inseguire un sogno. I sogni non sono fatti per stare nei cassetti, sono molto più felici quando vengono realizzati!

C’è un capo al quale sei particolarmente legata? Magari perché lo hai realizzato in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

E’ difficile scegliere un capo nello specifico perché tendo ad affezionarmi a tutto quello che faccio! Forse però se dovessi proprio sceglierne uno sarebbe il mio primo pantalone. E’ stato il protagonista della collezione A/I 2018 ed è stato sicuramente una bella conquista. Prima di tutto perché ho sempre guardato al pantalone come il capo di abbigliamento tra quelli più complessi: disegnarne uno che unisse il tocco retrò al gusto moderno, una linea senza tempo ad una vestibilità che andasse bene per tutte le forme femminili era la mia sfida. E’ stata una bella sensazione di conquista vedere il primo prototipo finito! E poi è stato un bel lavoro di squadra. Mentre lavoravo alla nuova collezione ho avuto la fortuna di avere l’aiuto di Simone, un bravissimo stagista insieme al quale abbiamo lavorato per settimane prima di essere pienamente soddisfatti del risultato. Ricordo ancora il sorriso nei nostri occhi a lavoro finito. Si, è stato sicuramente un bel momento!

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L’ingegnere con ago e filo: la storia di The yellow peg

Una laurea in ingegneria informatica, un dottorato in visione artificiale e una macchina da cucire impolverata in garage. Tre ingredienti, una ricetta con risultato finale spinto dalla consapevolezza di voler cambiare tutto, di stravolgere le regole e di inseguire un sogno, tenuto nel cassetto per tanto, troppo, tempo. Una storia particolare quella di Simona Ullo, fondatrice di The yellow peg e protagonista del secondo racconto di donneinstoffa.

“Cuci il tuo stile, vesti i tuoi sogni” il motto del brand, non a caso siamo spinti a dire. Per sentirsi davvero protagonisti del proprio cammino, di ciò che ogni giorno ci permette di andare avanti, è necessario essere coinvolti in un progetto, sentirsi parte integrante di ciò che facciamo. Non era così, probabilmente, per Simona. Ma andiamo con ordine.

È una storia di donne questa, di generazioni a confronto. Di una nonna che cuce mentre la nipotina la guarda ammirandola, senza però voler davvero imparare gli stessi gesti che ai suoi occhi sembrano esser fatti con una naturalezza unica. Di una mamma che regala alla figlia una macchina da cucire, oggetto curioso in un tempo non così gentile verso chi sceglie di tornare alla manualità, alla creazione e alla modifica del proprio stile facendolo a mano. Ma Simona, nipotina e allo stesso tempo figlia ormai cresciuta, è avviata verso una carriera da ingegnere informatico con tanto di dottorato in visione artificiale.

Nel 2014, però, la svolta. Un blog sul cucito, uno spazio dove poter raccontare e raccontarsi, mettersi alla ricerca di consigli per rispolverare quella macchina da cucire e andare oltre la semplice riparazione dell’orlo dei pantaloni. Un treno che parte e non si ferma, anzi, aumenta di velocità. Così, due anni dopo, la decisione di non voler estendere il suo contratto da ricercatrice per dedicarsi anima e corpo, full time, al mondo della sartoria artigianale, di diventare fashion designer, di creare la moda a suo piacimento.

Impegno, passione e pazienza come leitmotiv della sua attività, non priva di momenti bui ma sempre affrontati col sorriso e con la voglia di mettersi in gioco, dopo aver stravolto i propri piani, di essere uscita da quella “gabbia” che non la faceva sentire sé stessa. È così che nasce il progetto di The yellow peg che è, oggi, una realtà fatta di mille sfaccettature: di abiti vintage reinterpretati in chiave moderna, di storie che si intrecciano con quella di Simona, attiva quanto mai tra blog – dove fornisce tutorial per chi vuole avvicinarsi a questo mondo – e social, spazio di condivisione di idee, progetti e pensieri quotidiani.

Quello di Simona è un racconto di cambiamenti radicali, di creazioni dettate dalla propria volontà senza seguire i dettami imposti dalla moda, di successi raggiunti con tanto studio, lavoro e dedizione. Una storia che ci ha colpito e che speriamo, in qualche modo, abbia fatto piacere leggere anche a voi.

Qui sotto, intanto, vi lasciamo i contatti della nostra protagonista, del sito dove poter acquistare le sue creazioni e le sue pagine social dove poter curiosare e immergersi a 360 gradi nel mondo di “The Yellow peg”, un mondo che, se vorrete, esploreremo insieme venerdì 1 marzo con le parole della stessa Simona in un’intervista pubblicata qui, sul nostro blog.

“The yellow peg” – Simona Ullo

www.theyellowpeg.com

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/theyellowpeg/

Pagina Instagram: https://www.instagram.com/the_yellow_peg_it/

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A tu per tu con l’artigiana anarchica…

Abbiamo posto qualche domanda a Valentina di “Come le ciliegie”, protagonista del primo racconto di donneinstoffa. Ecco quello che ci ha detto, buona lettura!

Ti definisci un’artigiana anarchica, in che senso? Chi sei, descriviti brevemente.

Ciao, mi chiamo Valentina Amoroso e sono un’artigiana anarchica.

Ho iniziato a cucire abiti nel 2008 dopo aver perso il lavoro. Ho una laurea in Tecniche Erboristiche e per 15 anni il mio lavoro è stato appunto l’Erborista.Ho iniziato dunque da autodidatta inventandomi le mie regole di cucito ma anche di modellistica e di marketing.

Ho fatto tutto quello che credo qualunque insegnante o manuale sconsigli di fare, e fortunatamente mi è andata bene.

Ho sempre avuto una visione tutta mia del mondo e mi sono sempre sentita un po’ fuori posto.Ho messo tutto questo nella mia Moda, dando vita al mio brand di abiti artigianali Come Le Ciliegie.

Mi definisco anarchica per le scelte controcorrente fatte negli anni rispetto quelle delle case di moda classiche o dei marchi di pronto moda esistenti.

La produzione è interamente Made in Romagna ed è affidata a sarte romagnole, a costo di un minor guadagno preferisco una filiera etica il più possibile. Per i miei servizi fotografici mi piace utilizzare donne comuni di tutte le taglie e non modelle professioniste.Sono anarchica anche nei modelli, che risultano dai tagli semplici ed essenziali e senza bottoni o cerniere.

Come è nata la passione per la sartoria? In che modo e quando l’hai resa una vera e propria attività imprenditoriale?

La passione per la sartoria, o meglio per la moda è sempre stata parte di me.

Da ragazzina acquistavo le riviste di moda e impazzivo per i look stravaganti che vedevo nei servizi delle sfilate.

Frequentavo mercatini dell’usato e creavo uno stile tutto mio.

Dopo un corso serale di sartoria ho capito che cucire e creare un abito partendo da un pezzo di stoffa mi rendeva estremamente felice e così dopo un annetto di gavetta ho deciso di aprire la partita Iva e provare a vendere le mie creazioni.

Come scegli i tessuti e le altre materie prime?

Ho una vera e propria passione per i tessuti. Fino a poco tempo fa la scelta era affidata unicamente al mio gusto personale. Tutto ciò che mi piaceva veniva acquistato. Da qualche anno ho imparato, grazie ad un maestro d’eccezione, a dare un tema ad ogni collezione e acquistare così tessuto e materie prime in linea e con un senso. In questo modo sia la produzione che la comunicazione diventa più facile e armoniosa.

D’Inverno però i miei amati Tartan non possono mai mancare. Sia tessuti che materie prime provengono da fornitori romagnoli, per me un aspetto molto importante è la valorizzazione del territorio.Discorso a parte per i tessuti africani che invece trovo solitamente a Londra.

Cosa hai provato quando hai aperto il tuo primo Shop&lab a Cesena?

All’apertura del piccolissimo primo Atelier di Cesena (circa 18 mq), ricordo di aver provato tantissima paura. Non ero sicura di riuscire a sostenere le spese di un negozio, anche se minime, solo con il mio lavoro da artigiana.

Da un lato ero soddisfatta e orgogliosa, ma dall’altro anche molto in ansia.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Senza dubbio il momento più duro è stato quando mi sono resa conto che ero cresciuta tanto e il lavoro continuava ad aumentare ma non riuscivo ad avere abbastanza capitale da parte da poter investire per lavorare al meglio.

Mi sentivo arrivata ad un bivio. Ridurre il lavoro e quindi dire tanti no ai tanti rivenditori che mi contattavano oppure dare fiducia al mio sogno e chiedere un mutuo in banca per permettermi quel salto di qualità che altrimenti non avrei potuto fare.

Purtroppo, il lavoro in proprio in Italia per le microimprese è molto tassato e i guadagni sempre molto bassi rispetto l’impegno e le ore di lavoro. Sono andata un po’ in crisi pensando veramente di chiudere tutto.Poi mi sono presa del tempo, mi sono ascoltata e ho pensato che non si può chiudere un progetto per troppo lavoro e quindi ho chiesto un piccolo mutuo e sono ripartita alla grande.

Collabori ancora con la sarta che ti ha offerto l’opportunità di metterti alla prova disegnando per lei una piccola collezione di accessori? Cosa hai appreso da quell’esperienza?

No, ho collaborato con lei solo per 8 mesi. Il tempo di capire che le mie creazioni potessero piacere ai negozi e acquistare più fiducia in me stessa. Senza di lei probabilmente non sarei qui a parlare del mio Brand di abbigliamento. A lei devo moltissimo. Mi ha dato fiducia e ha creduto nelle mie capacità forse più di me. Nel suo atelier ho imparato come si crea una collezione e tutte le fasi di produzione.

Sono stati mesi duri e intensi che ricordo però con molto piacere.

C’è qualcuno a cui ti senti di dire grazie per aver permesso che arrivassi fino a qui?

Oltre a lei dico grazie a me stessa e alla mia testardaggine senza la quale non sarei dove sono oggi.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Direi di studiare molto, essere sempre aggiornate e poi trovare il proprio modo di provarci. Darsi degli obbiettivi a breve termine e misurabili aiuta molto. La passione spesso non basta, per emergere.

E nemmeno il talento. Ci sono artigiane molto più brave di me e creativi molto più visionari che magari non sono riusciti a trasformare la loro passione in lavoro.

Ci vuole tanta tenacia, personalità e un pizzico di fortuna.

Dai tuoi post traspare la voglia di entrare in contatto con chi ti segue. Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi legge e compra i tuoi prodotti?

Per me è fondamentale conoscere le mie clienti. Molte sono diventate anche amiche perché mi seguono dagli inizi. Amo chiedere loro consigli e amo raccontare loro i miei pensieri e condividere con loro i miei progetti. Io esisto grazie a loro.

C’è un capo al quale sei particolarmente legata? Magari perché lo hai realizzato in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Non c’è una singola creazione a cui sono legata. Le amo tutte. Forse deve ancora essere creata quella che mi farà perdere la testa del tutto. Un progetto invece al quale tengo molto è quello dei capi personalizzati con i miei valori anarchici.

Sono in fase di produzione felpe, magliette e shopper per diffondere il più possibile quello in cui credo.

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L’artigiana anarchica

“Insofferente di leggi e di imposizioni esterne; ribelle a tutto ciò che tende a limitare la libertà di pensare e agire secondo il proprio arbitrio”. Dalla definizione del vocabolario Treccani ad uno stile di vita e di azione, l’aggettivo “anarchico” racchiude il primo racconto di donneinstoffa.

Anarchico, anzi, anarchica. Si definisce così Valentina Amoroso, imprenditrice ma prima ancora artigiana e, soprattutto, donna. “Come le ciliegie” è il suo mondo, la sua passione fatta professione, la sua voglia di mettersi in gioco quando tutto gira storto, come capita a tanti nella vita di tutti i giorni.

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La propensione verso la moda come motore trainante, la perdita del lavoro da erborista e la convinzione di poter creare qualcosa di originale ma rigorosamente anarchico, andando sempre e comunque controcorrente: sono questi gli ingredienti per la svolta decisiva.

Da erborista, dunque, a sarta autodidatta. Con le giuste ansie e paure di non farcela ma con la caparbietà di chi vuol fare della propria passione il lavoro che più gli piace. Il primo atelier, in 18mq, a Cesena, nel cuore della Romagna. Una terra che riecheggia più volte nel racconto, con le sue creazioni fatte di tessuti, donne e storie tutte in rosa e tutte rigorosamente romagnole.

Una storia di alti e bassi, come tante d’altronde, ma una storia di successo. Lo dimostra il buon seguito sui social sui quali racconta e si racconta tramite le sue esperienze e i suoi abiti, tutti con un qualcosa capace di trasmettere un po’ di lei e del mondo che vuole condividere con le ragazze che la seguono e le chiedono consigli su come trasformare la propria passione in lavoro.

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Le ciliegie, poi. Di forme diverse ma tutte buone al gusto. Proprio come le donne a cui si rivolge l’attività di Valentina: uniche, speciali ed ognuna con le sue peculiarità, proprio come le modelle per i suoi abiti, scelte tra persone “normali”, amiche e semplici conoscenti o come “le sartine anarchiche” alle quali propone corsi per imparare a cucire, per trasmettere un pizzico delle sue competenze ormai acquisite.

Il segreto per andare avanti? Studiare per migliorarsi, perché a volte la passione potrebbe non bastare. E provarci, provarci sempre, perché magari un giorno potrebbe arrivare l’occasione che ti cambia la vita.

Ci ha detto questo e tanto altro durante un’intervista che potrete leggere venerdì, sempre qui sul blog di donneinstoffa. Intanto, continuate a seguirci sui nostri canali social per non perdervi altre curiosità e aneddoti delle storie che siamo pronti a raccontarvi.

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Qui sotto, invece, troverete i contatti della nostra protagonista, con le sue pagine Facebook ed Instagram e il suo sito dove poter dare un’occhiata alle creazioni di “Come le ciliegie”.

“Come le ciliegie” – Valentina Amoroso

http://www.comeleciliegie.com

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/comeleciliegiemoda

Pagina Instagram: https://www.instagram.com/comeleciliegie